Barcellona, 12 giugno 1926. Il feretro attraversa la città su un carro tirato da due cavalli, seguito da un corteo di agenti, allievi di Architettura, operai della Sagrada Família e religiosi. Quando il corpo viene issato sulle spalle degli studenti per entrare in cattedrale, tra la folla scoppia il pianto, indistintamente tra chi porta un cappello elegante e chi vende stracci per vivere. C’è però chi non versa una lacrima. Una ragazza sulla ventina, capelli scuri e corti, resta immobile contro il muro di una piccola chiesa lì vicino. Fissa il punto in cui il feretro è appena scomparso con un’aria di disapprovazione. Due agenti la avvicinano e le rivolgono qualche domanda, a cui lei risponde con calma, senza mai staccare gli occhi da quella porta. Un attimo dopo la portano via senza che lei opponga resistenza, mentre le campane annunciano l’inizio dei funerali di Antoni Gaudí… Sei mesi prima, Gabriel arriva a Barcellona per la prima volta in vita sua. È la città in cui i suoi genitori si sono conosciuti, innamorati e sposati, la città in cui lui stesso è nato, e la città in cui suo padre è morto nel 1909, colpito da una pallottola nella schiena mentre fuggiva lungo le Ramblas durante quella sanguinosa settimana, mentre madre e figlio lo attendevano ignari nel loro appartamento di Valencia. Il padre non era mai stato un vero architetto, non ne aveva la formazione né, forse, il talento, ma sapeva tirare su muri perfetti, e quella passione lo aveva spinto a partire per Barcellona senza fare più ritorno. Sua madre, rimasta vedova a venticinque anni, gli aveva fatto promettere di non mettere mai piede in quella città. Ora Gabriel ha appena tradito quella promessa, in nome della volontà di sapere la verità sulla morte di suo padre. Fermo davanti al cantiere della nuova metropolitana di plaza de Cataluña, con una sacca di tela sulla spalla e poche monete in tasca, viene rimproverato da un uomo corpulento, con folti baffi scuri e un cappello color tabacco, infastidito dal vederlo lì impalato. Notando che l’uomo trascina la gamba destra nonostante il bastone, Gabriel gli offre il braccio per accompagnarlo. I due si scambiano poche battute pungenti, l’uomo intuisce dall’accento che è un forestiero venuto da Valencia, e prima di congedarsi gli chiede il nome. Si presenta come Eusebio Camps y López, professore, e gli lascia un biglietto con un indirizzo, invitandolo a passare l’indomani mattina alle nove per continuare quella conversazione lasciata a metà. Proseguendo lungo le Ramblas, Gabriel non riesce a staccare gli occhi dagli edifici, dal ferro battuto, dallo smalto della ceramica, dalle vetrate colorate. È così che nota per la prima volta i lampioni disegnati da un architetto di cui fino a quel momento ignorava anche il nome, Antoni Gaudí. Quando finalmente trova l’indirizzo scritto in fretta da sua madre, sbaglia porta. Gli apre una sconosciuta dagli occhi verde scuro, che lo osserva a lungo, gli dice che ha dei begli occhi da gatto, e scoppia a ridere prima di richiudergli l’uscio. Un piano più su trova la porta giusta, quella di zia Teresa, sorella di suo nonno, che alla sua vista resta paralizzata per la somiglianza col nipote scomparso. Lo accoglie in casa, lo tempesta di domande mentre prepara la cena, e nel giro di una sera Gabriel scopre di avere una famiglia che non conosceva, zii, cugini, e i nonni Jordi e Consuelo, fuggiti da Barcellona proprio nel 1909, subito dopo gli stessi fatti che gli avevano portato via il padre…

Chi ha visitato la Sagrada Família sa che dietro quelle guglie si nasconde una vita intera dedicata all’architettura, quella di Antoni Gaudí. Marta Palazzesi decide di mettere questa figura al centro di tutto il romanzo. Gaudí, qui, è un artista che sorveglia la sua opera di nascosto, con uno sguardo discreto e invisibile che però non perde nulla di ciò che accade. Si spiega così il titolo, L’occhio di Gaudí, cioè un occhio nascosto ma attento, che coglie quello che sfugge a tutti gli altri. E il lettore è chiamato a fare lo stesso, a leggere tra le righe quello che i personaggi non riescono a vedere. Il romanzo comincia il giorno dei funerali di Gaudí, nel giugno del 1926, e mentre tutta Barcellona piange il suo amato architetto, una giovane donna viene arrestata, per una ragione che si scoprirà solo in seguito. La storia compie poi un flashback di sei mesi addietro, quando Gabriel, un ragazzo di ventidue anni, arriva a Barcellona. Suo padre è morto anni prima durante uno degli episodi di violenza urbana dell’inizio del Novecento, e Gabriel, contro il volere della madre, decide di seguire le tracce di quella passione che il padre non aveva mai smesso di coltivare, l’architettura modernista. Riesce a farsi assumere nel cantiere della Sagrada Família e da lì la sua indagine personale sulla morte del padre si trasforma in qualcosa di molto più grande e pericoloso, fatto di persone scomparse, amori nascosti e bugie di famiglia mai confessate. L’ambientazione storica non è, come si potrebbe pensare, quella del franchismo vero e proprio, ma quella della dittatura precedente, guidata da Primo de Rivera - un periodo meno raccontato ma altrettanto teso, fatto di controllo politico e fermento culturale allo stesso tempo. In questo contesto c’è Irene, una donna che si oppone alle regole del suo tempo per inseguire la propria vocazione per l’architettura, portando avanti un discorso di emancipazione femminile per nulla scontato per l’epoca. Irene finisce per essere lo specchio rovesciato di Gabriel, due modi diversi di trovare un posto nel mondo in una Barcellona che non è ancora pronta ad accoglierli. Oltre lei, c’è un professore eccentrico che diventa una guida per Gabriel, non solo nella comprensione dell’arte di Gaudí ma in una più ampia crescita personale. Il fatto che l’autrice sia laureata in Architettura si sente in ogni pagina dedicata alla città e ai suoi edifici, frutto anche dei suoi soggiorni in Spagna. Ed è interessante che un’autrice conosciuta soprattutto per i libri per ragazzi - vincitrice di premi letterari importanti in quell’ambito - dimostri qui una scrittura matura, capace di reggere un romanzo storico complesso ma al contempo scorrevole per un pubblico adulto. Chi ha amato l’atmosfera de L’ombra del vento o Marina di Zafón ritroverà in questo romanzo una Barcellona altrettanto malinconica e sospesa tra passato e presente, raccontata attraverso gli occhi di un ragazzo sulle tracce di un padre mai conosciuto. Ma è proprio in questa ricerca che risiede la parte più commovente del libro. Gabriel non cerca soltanto la verità sulla morte del genitore, insegue l’ombra di un uomo a cui ha voluto bene senza aver avuto la possibilità di conoscerlo bene, costruendosi un’idea di lui sulla base di racconti altrui. C’è qualcosa di universale in questo bisogno di colmare un vuoto attraverso i luoghi che qualcuno ha amato prima di noi, come se l’affetto potesse sopravvivere nella materia quando le persone se ne sono andate. Barcellona, in queste pagine, è quasi un genitore adottivo, severo e magnifico, che accoglie Gabriel mentre lui prova a fare pace con l’assenza che lo ha definito fin da bambino.