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L’ombra del bastone

In un giorno di autunno inoltrato, uno sconosciuto si presenta nella bottega di scultore di Mauro Corona, portandogli in dono un grosso quaderno nero arrotolato, consumato e vecchio come lo straccio a quadri da cui è avvolto. Il forestiero gli spiega di averlo trovato nella stalla del padre, a San Michele al Tagliamento, un paesino veneto, durante i lavori di ristrutturazione. È grosso e a righe strette, un regalo di pagine scritte in stampatello a matita fitte fitte, in una grafia minuta, sulle quali tempo e umidità sono stati inclementi. Con pazienza Corona riesce però a separare le pagine “incollate l’una sull’altra come amanti fossilizzati” e a leggerlo voracemente in tre soli giorni, scoprendo così una storia che aspettava da 83 anni di essere portata alla luce. Un racconto agrodolce, tenero e sincero, la storia autografa di Severino Corona detto Zino. Corona con grande emozione per i riferimenti agli aneddoti sentiti raccontare quando era bambino, comincia a trascrivere il diario di Zino, ertano di nascita ma in fuga dal suo paese e soprattutto dal dolore e dal rimorso…

Un vecchio manoscritto finito per caso tra le mani di Mauro Corona che, assecondando le volontà dell’autore, decide di divulgare la sua storia. Strategia letteraria o verità? Lo scrittore nell’epilogo assicura che sia tutto vero e ai fini della storia in realtà poco importa, perché L’ombra del bastone ha una forza narrativa e una poesia che trascinano il lettore con prepotenza. Una grammatica claudicante che, per rispetto e per non alterarne il sapore genuino, ha volutamente subito correzioni solo parziali, conferisce spontaneità. Gli elementi del romanzo sono i soliti cui i lettori di Corona sono abituati: il rispetto per la natura, l’amore per la propria terra, le tradizioni tramandate dalla cultura orale, la superstizione, il dolore e le difficoltà, la vita frugale, i rimedi naturali ed empirici, a cui tuttavia la storia di Zino aggiunge anche un elemento che ai suoi occhi ha grande rilevanza: la “pazzia” generata dalle fragilità umane. Ambiente ostile e tribolazioni, ignoranza, istinti soffocati a forza da una cultura d’inizio Novecento, abitudine al bere: un mix esplosivo che sfocia facilmente in violenze e omicidi, ma anche in infanticidi e aborti volontari col ferro da maglia. Zino racconta con urgenza, e il dipanarsi della sua storia “terribile e commovente” suscita una compassione e una tenerezza che straziano il cuore, perché si leggono la disperazione, il senso di colpa, il rimorso e l’avvilimento per una vita sfortunata e travagliata. Egli però, va detto, non è scevro da colpa, è carnefice oltre che vittima, del suo tempo e dell’ignoranza di un mondo che sembra lontanissimo.