Salta al contenuto principale

L’ombra e la meridiana

L’ombra e la meridiana

Abbandonata la vita coniugale e dopo aver chiuso senza un apparente motivo il negozio di fotografo che gli garantiva una modesta rendita, un uomo si rifugia in una locanda di campagna dove vive isolato dal resto del mondo, centellinando le parole e concentrando le sue attenzioni sull’anziano fratello della locandiera, Eugenio, che per lui diventerà zio Eugenio. Il suo unico scopo sarà quello di fotografare di nascosto il vecchio, per coglierne ossessivamente ogni immagine e trattenerla, congelandone le smorfie e immortalando il suo lento degrado. La permanenza dell’uomo alla locanda diventa stabile tanto da venire considerato quasi come uno di famiglia, come una sorta di cugino perduto e ora ritrovato. Nessuno però sa il vero motivo per il quale lui si trovi lì e nessuno è mai entrato nella stanza dove vive e dove sviluppa le sue fotografie. L’oculare di una macchina fotografica è il solo rifugio rassicurante dentro il quale celarsi e vivere: una cornice dentro la quale ritagliare e rinchiudere la realtà lì confinata, lì innocua. Il lento degrado di Eugenio arriva alla fine, come finisce un giorno, come dopo l’autunno arriva il freddo inverno. Anche nell’immobilità della morte, l’uomo riesce a trovare un frammento di tempo per fissare un’ultima immagine del defunto, per poi partecipare al banchetto che segue il rito funebre e lì sussurrare il suo segreto e il vero motivo che lo ha spinto a fare tutto ciò che ha fatto per essere presente in quel momento, alla fine di un lungo percorso e una lunga parabola verso la fine...

Le parole che raccontano la verità, che spiegano tutto ciò che prima viene solo bisbigliato, oppure metabolizzato da un obiettivo, da un diaframma e da una pellicola, vengono sussurrate agli orecchi di un sacerdote durante il banchetto funebre che segue la morte di Eugenio. L’uomo è lì per un motivo, così come tutta la sua vita è stata un arco discendente rivolto a raggiungere un unico scopo. Lo stesso che lo ha spinto a prendere una stanza nella locanda al Cigno e poi dedicare i suoi giorni a fotografare da ogni angolatura l’anziano Eugenio che, impotente, non può che lasciarsi ritrarre mentre la sua bocca produce lamenti sempre più indecifrabili e il suo corpo avvizzisce come una pianta secca. In poco più di cento pagine, Paolo Maurensig, qui al terzo romanzo dopo il grande successo dei precedenti La variante di Lüneburg e Canone inverso, confeziona un racconto denso e pieno di umidità emotiva. Una lettura quasi soffocante a causa di questa sua atmosfera ossessiva che sembra non condurre a nulla di concreto. Ritroviamo ovunque, come fossero centinaia di fototessere sparse, il tema della morte. “Io la sentivo presente. In che modo? È difficile dirlo. La sentivo a volte come un frullo d’ali nel riquadro della finestra. Certuni la nascondevano bene sotto gli abiti, come un ingombrante piumaggio; ma per quanto la celassero con cura, di tanto in tanto qualche minuscola piuma impalpabile sfuggiva loro”. La fotografia appare allora come un’anticamera, oppure una camera oscura della morte. Una sorta di passaggio privilegiato che permette di contemplarla. Così come la pellicola fissa e cristallizza la realtà, così anticipa, captandola, la morte che già risiede nelle persone. Sono pensieri, questi, come squarci profondi che emergono da romanzo, ma che si fatica a estrapolare per questa densità gravosa che non ci fa respirare.