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L’omicidio Carosino – Le prime indagini del Commissario Ricciardi

L’omicidio Carosino – Le prime indagini del Commissario Ricciardi

Napoli, 1929. La morte violenta di una esponente della nobiltà partenopea mette in agitazione il questore – oltretutto acuita dall’interessamento personale del duce - non meno di quanto abbia agitato la stampa cittadina, tanto più che la duchessa Carosino, pur sposata con l’anziano duca, ha, nemmeno troppo di nascosto una relazione con Capece, caporedattore de “Il Mattino”. Il delegato Ricciardi propone al questore di far intervenire sul caso il delegato anziano, sicuramente più autorevole, ma no, se ne deve occuparsene lui. Ricciardi quindi, accompagnato dal brigadiere Maione, si reca a casa della duchessa: il corpo è stato portato via ma lei è ancora lì a ripetere sorpresa l’ultima cosa che ha pensato... Un prete, una maitresse e il buttafuori di un locale mal frequentato e dato alle fiamme: tutti e tre uccisi con un punteruolo da calzolaio, cosa possa mai avere unito tre persone così diverse al punto da farsi odiare dalla stessa persona? Pur intralciato invece che aiutato dal Fatto, il delegato Ricciardi indaga pazientemente per capire... Una pioggia incessante batte contro le finestre, anche contro quella della stanza di Gilda, nel bordello in cui lavorava. “Lavorava” al passato perché adesso che il suo corpo giace su un lenzuolo diventato rosso del suo sangue, squartata letteralmente da sotto il seno sinistro all’anca destra. La sua anima - fermata nel momento prima di lasciare il corpo - siede lì accanto sul letto e ride, una di quelle risate che ti squassano, ripete una frase interrotta dai singulti del riso: Mammarella. Mi vuole da mammarella, mentre Ricciardi deve fare i conti con la risata della morta e le lacrime di chi è vivo e capire se fra quei pianti si nasconde quello della mano assassina...

“Non è simpatico Ricciardi, non è comunicativo né allegro. Non affascina non incanta”. Questo dice de Giovanni nel raccontarci come abbia incontrato Ricciardi e di come sia diventato quasi un amico. Pubblicato per la prima volta come raccolta nel 2012, quando ormai Ricciardi era ben saldo nel cuore dei lettori - la stesura dei racconti è del 2005 – questo volume diventa un ghiotto prequel, l’occasione per scoprire qualcosa che non si sapeva. I racconti sono preceduti da una lunga prefazione di Aldo Putignano che fa quasi un’esegesi della produzione pubblicata fino appunto al 2012, ossia la quadrilogia delle stagioni, va da sé che la miglior spiegazione del Fatto – così Ricciardi definisce il suo “dono” di vedere e sentire l’ultima frase pronunciata da chi è mancato di morte violenta, la troviamo nei romanzi. Nei racconti scopriamo che il barone di Malomonte ha avuto la sua prima visione quando era solo un bimbo e giustamente non ha capito come questa capacità inusuale gli avrebbe cambiato la vita. La prosa di de Giovanni, come ben si capisce da questa raccolta, ha qualcosa di unico. Non è poesia nella classica accezione e non dipende nemmeno dall’adattamento dei dialoghi all’epoca, è qualcosa che va oltre, portando la prosa su un piano diverso. Certamente lo troviamo anche negli altri suoi scritti (Bastardi, Mina Settembre e testi teatrali), ma è nel raccontare Ricciardi che si percepisce meglio. È un senso di rispetto nei confronti di chi ha perso la vita in un tempo che non ci pare consono, i bambini, chi è stato vittima di un incidente chi si è ucciso e chi è stato ucciso. Al contempo c’è fortissima la pietas, la condanna dell’omicida con la motivazione (che non è mai banale anche se può sembrarlo e non è mai giustificazione). Piacevole per chi conosca e abbia letto i romanzi del commissario, ottimo per iniziare con qualche conoscenza in più, l’approccio a una saga affascinante, anche per conoscere il quotidiano di anni bui, in cui il fascismo sta cominciando a mostrare il suo volto, in cui comunque la vita di tutti i giorni andava avanti.