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Longevità fatale

Longevità fatale

Estate 2019. Villa Genius è un capolavoro di liberty affacciato sulla baia di Portofino, un ettaro di terreno delle meraviglie, tra scale in pietra e sentieri snodati lungo la collina, folta vegetazione, una piscina ovale, due diversi patii destinati a pasti diversi, arredo di design e poi il belvedere mozzafiato. Acquistata da un ricco imprenditore lombardo, Günter Fischer, dai precedenti proprietari ereditieri che avevano necessità di recuperare un po’ di liquidità dopo il recente fallimento finanziario. Dal centro del paese un sistema di tunnel e ascensori privati porta con discrezione direttamente a questa e alle altre residenze limitrofe. “Un luogo ideale per riflettere guardando il mondo con distacco: la dovuta distanza tra i veri ricchi e il resto dell’umanità”. Soltanto un elemento disturba il curato equilibrio della scena: il cadavere del proprietario che giace nel prato accanto alla piscina. Indossa ancora costume e accappatoio sul fisico snello e atletico, l’accattivante sorriso tramutato in una smorfia. Appena Maria, la domestica, trova il corpo, dà l’allarme e un manipolo di addetti ai lavori arriva a spezzare la quiete. Le indagini preliminari, tuttavia, non portano a niente di interessante: tutto sembra ricondurre a una sfortunata morte naturale, nonostante il dubbio sollevato del medico legale che afferma di aver trovato la lesione tipica di una cubo-medusa, liquidato in fretta dal magistrato in turno che ha faccende più interessanti (e importanti ai fini della carriera) di cui occuparsi...

Primo romanzo per Attilio De Pascalis, giornalista per importanti testate economiche e autore, finora, di libri di management, Longevità fatale è un’opera difficile da definire. D’impatto verrebbe da etichettarla come thriller, tuttavia del thriller ha poco o niente: non c’è indagine, non ci sono indizi, non c’è materiale probatorio. Ogni omicidio è infatti chiuso come un caso di morte naturale, con estrema superficialità da parte degli inquirenti, specie se paragonata alle brillanti gesta cui la narrativa poliziesca ci ha abituati. Lo stile è ingenuo, inesperto, didascalico, anche un po’ superficiale su certi argomenti presentati senza documentazione preventiva: vuol parlare di genetica, medicina, economia, analisi di dati… senza che almeno uno dei temi sia accurato. Inoltre, un abnorme uso di virgolettati a difendere espressioni inusuali (?), o poco eleganti (?) o colloquiali infastidisce: l’autore poteva sforzarsi a trovare delle perifrasi se non le riteneva all’altezza del resto. I dialoghi sono finti e improbabili, ma ciò che veramente disturba è la pedanteria delle spiegazioni fini a se stesse, inserite dappertutto, con uno sfoggio non necessario di cultura da parte dell’autore che le intercala alla narrazione, senza che ce ne sia davvero bisogno, a volte anche lunghe qualche pagina (come se il lettore sentisse la necessità di documentarsi sul DNA o sulla storia di Capri!), così come i particolari ridondanti e l’utilizzo esplicito di vari marchi famosi, senza che sia necessario nominarli. La storia è surreale, anche se inscritta in un contesto verosimile sebbene estremizzato (infatti De Pascalis stesso, in un’intervista disse dei romanzi che aveva in mente: “In tutti ci sarà un cocktail di eventi reali e di spunti di fantasia") e il potenziale è interessante, peccato che non sia stato sfruttato a pieno. Procede lento e senza colpi di scena, ma i capitoli finali accelerano la trama e, svelando il mistero, stuzzicano un po’ il lettore. De Pascalis da economista qual è sottolinea in modo incisivo il divario economico, mettendo in luce il contrasto tra povertà e ricchezza, ma tira in ballo anche significato e ruolo dei sogni e della serendipità. Punto a favore l’accuratezza delle descrizioni che permettono al lettore di vedere più che immaginare. Il finale sospeso lascia aperta la possibilità di un sequel, confermato dall’autore in un’intervista.