Salta al contenuto principale

Lontano lontano

Lontano lontano

Occuparsi della madre; questo gli è rimasto. O forse questo è sempre stato tutto quello che ha fatto e tutto quello che avrebbe potuto fare: “m’aggiro sfinito e ho quasi cinquant’anni, non riesco a riempire il mio tempo, mi sfinisco di giretti”. Il resto è una pensione che non c’è e i comandamenti della madre, una “tartaruga eretta in vestaglia”, vecchia e scontenta d’esser vecchia. Ci sarebbero le donne ma “è tardi e il tempo stringe”... Le sorelle di Emilio e Virgilio se ne sono andate da tempo, ci sono rimasti solo loro con la madre, non più agile ma sempre e comunque vigile, attenta a tutto quello che succede in casa, anche al pesce che Virgilio compra personalmente al mercato e poi cucina benissimo. Segno di un passaggio epocale dal solito coniglio alla cacciatora con le patate. Allora bisogna solo aspettare che il tempo passi, andare a comprare il clistere per la mamma (“uno di quelli lunghi”) o capire se dedicarsi interamente a una donna per il resto della vita... Il professore e il Vichingo si conoscono da una vita, da quando a otto anni si facevano il bagno nel Fontanone del Gianicolo. Ma è solo quando si ritrovano vecchi e con una pensione misera che decidono di abbandonare Trastevere per andarsene lontano lontano. Dove non si sa ancora, così chiedono consiglio ad Attilio, uno di Tor Tre Teste che dovrebbe avere un cugino a Santo Domingo. Vero o no, Attilio si aggrega e cominciano i preparativi...

Lontano lontano, raccolta di tre novelle firmata da Gianni Di Gregorio, esce nel 2020, a un anno circa dall’uscita nelle sale dell’omonimo film, la cui regia è dello stesso Di Gregorio. Se la critica cinematografica si è espressa molto positivamente nei confronti dell’ultimo lavoro del regista romano, lo stesso dovrebbe valere per la critica letteraria, perché sebbene il libro sia una delle prime esperienze di Di Gregorio nella narrativa a pieno titolo, la lettura di Lontano lontano risulta altrettanto sorprendente. Attraverso le storie di vari personaggi non più giovani, Di Gregorio racconta il rapporto con la vecchiaia in una Roma piccolissima che si estende dal bar San Callisto al quadrilatero, fino ad arrivare a quella Porta Settimiana che il Vichingo, uno dei protagonisti dell’ultimo racconto, sente come confine e limite del mondo. E in effetti sembra proprio che a Di Gregorio non servano altro che commari, pensionati senza storia e personalità da quartiere per riuscire a raccontare una storia universale, di un mondo che sembra fermo, ma va lentamente sgretolandosi, come le madri dei protagonisti delle prime due storie: madri matrone, sagge, un po’ rancorose che sembrano incarnare l’eternità, ma la cui esistenza sembra una sfida alle leggi della fisica. Con uno stile che passa dall’italiano al romanesco, in cui fanno qualche apparizione dei grecismi filosofici, Di Gregorio racconta una vita piccola, fatta cioè di piccole azioni che non cambiano da un giorno all’altro, ma che sembrano avere un’influenza significativa sulla storia, sul tempo e sull’universo.