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L’opposto di me stessa

L’opposto di me stessa

Patrick, l’adorato marito di Martha Friel, ha organizzato un party per il suo compleanno. Ha affittato il piano superiore di un locale che hanno frequentato spesso, ma Martha non ha molta voglia di far festa. Si lascia però convincere e vengono a festeggiarla quelli che sono perlopiù amici di Patrick. Lei ha ormai perso i contatti con i suoi amici, poiché gli unici argomenti di discussione erano diventati i bambini, tutti ne hanno ma lei no e mai potrà averne, per cui non c’era nulla di cui parlare. Osservandolo dal di fuori, il loro non dà l’idea di essere un matrimonio riuscito e di sicuro lei non ha fatto il possibile per essere una buona moglie. La festa si rivela un fallimento e più tardi in macchina, mentre tornano a casa loro, a Oxford, Martha è nervosa e attacca Patrick. Sente che la sua vita sta cadendo a pezzi ed è sempre scontrosa. Eppure è una scrittrice brillante, riceve continue conferme della sua intelligenza, della sua bellezza ma la sua infelicità non la lascia un attimo. Il mattino dopo, seduta al tavolo della colazione, prova a scusarsi con il marito, spiegandogli che quei comportamenti in parte non dipendono da lei e che non può farci molto per controllarli. Patrick però - che la conosce dall’adolescenza - non ci sta più, esce a comprare il giornale e torna solo dopo cinque ore. Due giorni dopo se ne va. A Martha non resta che tornare a vivere dai suoi genitori, una coppia di artisti molto disfunzionale. Il padre Fergus è un poeta che non ha mai pubblicato nulla e la madre Celia è una scultrice con problemi di alcolismo che crea uccelli minacciosi con materiali di riciclo. Vivono ancora nella casa che hanno acquistato grazie ad un prestito della sorella della mamma e pur essendosi lasciati in media ogni due anni quando lei e la sorella erano piccole, sono ancora insieme...

A pochi giorni dall’uscita L’opposto di me stessa ha scalato le classifiche britanniche diventando un caso letterario in corso di pubblicazione in tutto il mondo. All’apparenza può sembrare un romanzo piuttosto comune, con i soliti temi della donna con una vita che sembra non fare una piega, che sembra procedere sui soliti binari tracciati di studio, relazioni a volte anche sbagliate, famiglie disfunzionali, le vacanze, i progetti: in poche parole tutto ciò che può far parte della vita di ognuno ma, mano a mano che si procede nella lettura, scopriamo che l’autrice riesce a raccontare in maniera autentica ed empatica, utilizzando anche un registro divertente, la difficoltà di vivere, il disagio mentale, la difficoltà di riconoscersi e di farsi accettare. Attraverso una narrazione in prima persona è la stessa protagonista a raccontare la sua storia con parole piene di rabbia, di dolore ma anche di feroce lucidità e lo fa proprio dal momento in cui tutto va in pezzi tornando indietro a ricordare i suoi diciassette anni, quando qualcosa è scoppiato nella sua testa, qualcosa che nessun medico ha saputo spiegare e che da allora l’ha fatta sentire sbagliata. La malattia che costringe spesso a letto chi ne soffre in compagnia di un terrore che può non lasciare per settimane, quella malattia che può avuto tante diagnosi ma nessuna che la definisce davvero, la malattia che ha un impatto anche su tutte le persone che circondano chi ne è affetto.