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L’ora di greco

L’ora di greco

Dopo vent’anni quella cosa ricompare all’improvviso: la sua voce non c’è più, il suo parlare è bloccato, fermo in gola e non c’è modo di farlo uscire fuori. Neanche un suono, solo tanto imbarazzo da parte sua e una forte irritazione da parte di chi prova a capire perché non parla, cosa vuole dire, cosa la mette in difficoltà. Il suo analista ritiene che sia dovuto ai traumi legati alla morte della madre e alla separazione dal marito, ma soprattutto dal figlio di sette anni che un giudice ha lasciato in custodia al padre. Sola e abbandonata, l’ha lasciata anche la voce. No, non è così semplice, scrive sul foglietto che si scambia col terapeuta: se fosse così sarebbe tutto sanabile, prevedibile, curabile. Invece la strada è un’altra, la strada è quella di affondare la mente ed i pensieri in un’altra lingua: da piccola collezionava parole strane, a caso, desuete e normalmente usate; ma a salvarla è stata la parola francese bibliothèque, le era sgorgata dal nulla, dalla profondità dei suoi pensieri, aveva catturato la sua curiosità e riattivato la voce. Per questo stavolta si butta con grandi aspettative nello studio del greco antico: la lingua di Platone dovrebbe riuscire ad aiutarla a ritrovare la strada giusta, guarirla dall’isolamento al quale è condannata. Non sa però che in quella stessa stanza dove si rinchiude alla ricerca del rimedio contro l’afasia, il professore di mezza età, l’insegnante precisino e così attento agli accenti, sta vivendo anche lui un dramma interiore: la sua vista si sta spegnendo, a causa di una malattia cronica e degenerativa. Non gli resta molto prima di cadere nell’oscurità. Non sanno che le loro vite si stanno intrecciando, come i versi di una lirica greca...

Han Khan scrive un libro sulla percezione della solitudine e sui suoi effetti anche fisici sul nostro corpo, ovvero sul senso esistenziale della solitudine che si manifesta come isolamento per deficit sensoriali: la giovane donna perde la parola, la voce; il giovane professore perde invece progressivamente la vista. Entrambi hanno perso la capacità di costruirsi un futuro, hanno perso il modo per leggere e vedere la realtà, per restarne in contatto. Traducono la loro inquietudine in una mancanza, in un’assenza che porta poi all’isolamento, porta l’insonnia, porta la rassegnazione rancorosa, la frustrazione per scelte sbagliate del passato. Tuttavia il messaggio che si vuole lasciare in questo libro, che di fatto per ammissione dell’autrice è la continuazione in positivo de La vegetariana (altra storia di una privazione, anche se si tratta di una scelta: abbandonare la carne), è che non esiste una solitudine assoluta, ma ci sono solitudini che si completano empaticamente, che riescono a superare l’isolamento dei corpi per provare a fondersi. Come succede con i suoni ed i loro significati, come succede con la luce che definisce le sfumature dei colori. Ben fatta la cura del libro, affidata a Milena Zemira Ciccimarra, che mescola graficamente i caratteri coreani con quelli del greco antico, dosa sapientemente gli spazi ed i vuoti, in modo da riprodurre la cadenza ritmata di un racconto denso di particolari, fin troppi, per far risaltare meglio i vuoti.