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L’orchestra di Auschwitz - Inchiesta su Alma Rosé

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16 dicembre 1926, Sala Grande del Musikverein di Vienna. Alma Rosé, vent’anni, debutta con il Concerto per due violini di Johann Sebastian Bach. Suona insieme al padre, Arnold Rosé, con cui fin da bambina ha studiato. Tre anni dopo, il 29 maggio del 1929, incide il suo primo disco, diretto dal fratello Alfred Rosé, una registrazione destinata a un cofanetto con tre 78 giri, pubblicato dalla più importante casa discografica dell’epoca, La Voce del Padrone. L’inizio di una carriera promettente. A gennaio del 1940, nell’Alta Slesia, i nazisti decidono di ristrutturare gli edifici di una vecchia caserma nei pressi della ferrovia, non molto lontano dal centro abitato, a nord della sconosciuta città polacca di Oświęcim: Auschwitz. Il 20 giugno di quello stesso anno viene montata la scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, realizzata in ferro dal prigioniero polacco n°1010, Ian Liwacz. Nella sua deposizione del 9 marzo 1964, l’ex tenente colonnello e giudice delle SS Konrad Morgen ricorda il suo stupore nel vedere la normale vivacità di quella stazione ferroviaria: “(…) da un luogo nel quale si compiono azioni mostruose, inenarrabili, inimmaginabili, ci si attende che in qualche modo le tracce debbano essere visibili”. Nel pomeriggio del 20 luglio 1943 arriva il treno con Alma Rosè. A bordo sono in mille: uomini, donne e bambini. Danuta Czech annota sul suo Kalendarium che quel giorno, dopo la selezione, sono stati ammessi nel lager 369 uomini e 191 donne, le restanti 440 uccise nelle camere a gas…

Dario Oliveri ne L'orchestra di Auschwitz. Inchiesta su Alma Rosé racconta che nei campi di concentramento nazisti c’era la musica. In verità sappiamo da altre fonti che i prigionieri suonavano di nascosto, per restare “umani”, una musica che, prendendo a prestito le parole di Lev Nikolaevič Tolstoj, è “la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica”. Olivieri si concentra su quella suonata per sopravvivere, interpretata per gli ufficiali e il personale nazista, per accogliere i “nuovi carichi”, per accompagnare, nell’impotenza, chi si avviava alle camere a gas. “Se non suoniamo bene, niente impedirà loro di mandarci al crematorio”, diceva Alma Rosé, l’ottima violinista, nipote del grande Gustav Mahler. Oliveri, musicologo dell'Università di Palermo, realizza un’inchiesta senza pietà, dalla precisione chirurgica, con tanti riferimenti e stralci di testimonianze e documenti storici sulla “soluzione finale”. Emergono implacabili le incongruenze di uno sterminio di massa che ha cancellato milioni di vite umane. Non è facile raccontare, e neppure immaginare, quei concerti eseguiti da eccellenze del mondo musicale davanti a chi li aveva scientemente annullati. Vale la pena leggere questo libro, anche solo per scoprire che la musica è riuscita a comunicare qualcosa anche agli spietati aguzzini, al punto da organizzare all’interno del campo, un rito funebre per la violinista ebrea Alma Rosé.