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L’ordine apparente delle cose

L’ordine apparente delle cose

Rachele Zwillig ha 41 anni e fa la guida turistica. Ogni giorno percorre le strade di Gerusalemme accompagnando comitive, provenienti da tutte le parti del globo, nei luoghi canonici, dal Kotel alla basilica del Santo Sepolcro. È di origine ebraica ma preferisce definirsi una “ebrea non ebrea”. Se il lavoro le piace, non sopporta più di tanto il suo capo, Lebens, con il quale ha continui scontri che, sa bene, potrebbero portarla al licenziamento. Rachele non si ama, vive in modo solitario, non si occupa del padre anziano e malato, ha rapporti difficili con il resto della famiglia, non ha un uomo. Le sue uniche evasioni sono andare il venerdì sera al Red di Ron a bere il miglior gin della “Città Santa”, parlare con gli amici Yuri e Abigail, inventarsi storie da raccontare ai turisti per soddisfare le loro curiosità, fantasticare improbabili avventure d’amore con i propri clienti. Dietro questo tran tran grigio e ordinario si nascondono ferite immedicabili - la Shoah, che pesa come un fantasma su di lei e sui suoi parenti, e soprattutto l’inspiegabile suicidio della mamma Dahlia accaduto quando aveva solo quattro anni – che l’hanno fatta precipitare in disturbi mentali, tanto da finire prima in un ospedale psichiatrico e poi in terapia dalla dottoressa Zweiter…

Esiste un ordine delle cose? Solo in apparenza sottolinea il titolo del romanzo, concetto ribadito in una nota d’apertura dalla stessa autrice che precisa di aver scritto il testo prima del 7 ottobre, quando tutto si è disintegrato ed è subentrato il disordine “del dolore e delle macerie”. Lara Fremder, scrittrice di soggetti e sceneggiature di film e docente di scrittura cinematografica, delinea con fine introspezione psicologica la figura di una donna fragile e inquieta che cerca di trovare un equilibrio tra la realtà in cui si muove, dove la ripetitività delle azioni – lavorative e relazionali – danno la percezione di una “apparente” sicurezza, e la dimensione interiore contorta e tempestosa per i sentimenti contraddittori, i flussi nervosi, gli stati emotivi che l’attraversano. Per dirla alla Saba, Rachele si sforza di fare “chiarezza” dentro la propria anima confrontandosi con i traumi dell’infanzia, la morte della madre, con i detti e non detti dei suoi famigliari sulle drammatiche esperienze dei campi di concentramento, con fotografie e quadri che ritraggono donne e bambine misteriose. Guardare in faccia il passato diventa essenziale per conciliarsi con se stessi e con il mondo. Magari affrontare il dolore del ricordo non riuscirà a dare un “ordine alle cose”, e gli avvenimenti violenti di questi ultimi anni lo stanno purtroppo a testimoniare, ma aiuterà ad accettare ogni giorno la vita come viene. Questo vale per Rachele come per ognuno di noi.