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L’ordine infranto

L’ordine infranto

Roma. Marta Torrese scopre di aver vissuto i primi propri ventitré anni in un imbroglio concertato da altri. Ascoltando per caso un colloquio dei genitori Laura e Alberto (critici verso i suoi tarli scontrosi) scopre di essere stata adottata a un anno, la madre biologica l’aveva abbandonata nella comunità dove aveva trascorso gli ultimi mesi di gravidanza, loro non avevano mai trovato il momento adatto per dirglielo. È una rivelazione inaspettata e sconvolgente. Bruna con gli occhi scuri, fisico robusto, aperta alle esperienze, studentessa in medicina al quarto anno, infranto l’ordine della sua vita, tentato inutilmente di ricomporlo, quella stessa notte di marzo lascia la casa dov’era cresciuta e fugge, due mesi in sistemazioni occasionali e poi randagia per strada, per qualche mese vive di stenti, da barbona. Incrocia Zaclina, una zingara, due volte a pochi giorni di distanza, vivono entrambe di espedienti. Prima, una domenica la ragazzina prova a derubarla della carità ricevuta, Marta la raggiunge e la picchia selvaggiamente; poi, la ritrova a fine luglio dentro Villa Borghese, mentre fa la carità e due giovinastri balordi tentano di violentarla, Marta riesce coraggiosamente a metterli in fuga e l’accompagna alla Mercedes degli zingari, dove di nuovo quei due aggrediscono Marta. A quel punto, Zaglina l’aiuta e le propone di aggregarsi: la kumpània è il loro clan (molte famiglie unite insieme), diventa per Marta una nuova provvisoria precaria famiglia, conta un centinaio di persone in baracche e roulotte nell’area sud del più vasto periferico accampamento rom della capitale (migliaia di persone), promiscuità assoluta sotto le lamiere, bisogni all’aperto. Lei è una gagì (“donna non rom”), loro parlano romanes. Vi trascorre tre stagioni, come assistente sanitario di fatto, trova amici e avversari in un nuovo specifico sistema gerarchico (maschilista), ne accadono tante prima che si infranga anche quell’ordine, lasciando affetti...

La giornalista, pubblicitaria e scrittrice Maria Teresa Casella (Roma, 1960) ha all’attivo dal 1987 decine e decine di romanzi e racconti con innumerevoli case editrici, spesso pubblicati con uno pseudonimo (il più noto è Theresa Melville, collane da edicola). Scrive bene, si documenta, cura il prodotto narrativo. Il titolo di quest’ultimo bel romanzo contemporaneo risuona in ogni pagina: Marta è uno spirito inquieto, in continua introspezione, non sempre si piace e ne paga le conseguenze con ardore. La narrazione è in prima persona al passato, fin quasi dall’inizio aleggia il possibile sgombero degli accampamenti rom, da sempre questione di delicate contraddizioni amministrative e di scontro politico culturale, a Roma e non solo. La scoperta di come vi si vive, insieme delicata e crudele, riguarda Marta e gran parte dei lettori; la ricostruzione non è ideologica né asetticamente giornalistica, si passa per le vite vissute, convinzioni convenzioni abitudini pulsioni sentimenti emozioni dialettiche scontri, di comunità e individuali, di genere e sociali. Il concetto del tempo per i rom è legato all’esperienza del presente, non c’è (forse) progettualità dell’esistenza. Noi (forse) vorremmo che cambiassero almeno qualcosa per stare meglio per conto proprio, loro no. Di giorno Marta va a raccattare questue in giro per la città (e sa dei furti), di notte torna ai ritmi accampati, faticando a essere accettata; inoltre, assiste un vecchio malato, aiuta il parto di una donna, fa sesso con un bell’avanzo di galera, ruba per curare la sempre più malata Zaglina, viene malmenata, assiste a incendi e ispezioni, non proprio le solite storie. Vino in gran quantità. Potente musica gitana, ballabile ma non da tutti.