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L’ospite incallito

ospiteincallito

Enunciato ed enunciazione sembra dialoghino di continuo in un tempo che è quello del ricordo, ma anche dei moti del presente, dei ripiegamenti intimi e delle riflessioni personali che vengono a situarsi in forma di poesia. Come in un duplice contesto di comunicazione: da un lato quello tra il microcosmo dell’uomo, dall’altro quello tra il poeta e noi che partecipiamo in egual misura dell’evento artistico e del fatto esistenziale, facendoli nostri entrambi in egual misura. Avvolto nel drappo oscuro dell’imperscrutabilità, il percorso irriducibilmente denso e complesso dell’esistenza smussa ogni variazione e sfuma la nettezza dei contorni, dando vita ad un mistero il cui sigillo risulta infrangibile ad ogni tentativo di scomposizione e di analisi: “Ospite di montagne salite sulla punta delle dita / senza rumore che pure l’ombra al seguito disturba, / ospite di un villaggio in Africa a trent’anni / e di un deserto per una notte di vent’anni dopo / steso allo scoperto sotto le fiammelle / accese dall’attrito degli occhi con le stelle. / Ospite diciott’anni di una città di origine / che mi ha lasciato andare tra gli innumerevoli / partiti per sollievo dell’anagrafe, / ospite sopra un’isola d’infanzia dove ho saputo di preciso / l’indifferenza meridionale della natura a noi. / Ospite con le pagine del tempo di un lettore, / iscritto a niente, ospite incallito, ancora oggi entrando a casa vuota / da un viaggio, mi scappa di chiedere: «Permesso?» E pur tuttavia lo sguardo incallito dell’ospite non si stanca di braccarlo, nel groviglio di in una serie molteplice di echi e di rimandi, alla ricerca ossessiva di un varco comunque possibile: “In una notte di Gerusalemme, sotto il cielo prescritto, / uno si chiede: chi è lo spettatore e chi è lo spettacolo? / O il lassopra o il quaggiù: uno dei due è recita per l’altro. / La risposta a Napoli sarebbe: il cielo è la commedia./ noi il pubblico, preghiere per applausi e fischi per bestemmie. / La risposta a Gerusalemme: siamo noi / la recita per uno spettatore, uno soltanto”…

Erri De luca rappresenta una delle voci intellettuali più importanti e profonde della contemporaneità. In questa silloge poetica, pubblicata nella prestigiosa pagina bianca della Einaudi, egli si abbandona con naturalezza al fascino dei propri ricordi. E ci accompagna, per tale via, una raccolta i cui componimenti evocano circostanze personali che si snodano tra città e vicende che in qualche maniera o per qualche ragione appartengono anche al nostro stesso vissuto storico. Il tutto affrontato da un’ottica intimamente ispirata, ma insieme ironica e contestualizzata, che non fa che confermare la profonda coscienza critica di un autore di valore indiscutibile. La sua voce poetica, povera di pastose accensioni liriche ma ricca di diverse espressioni linguistiche, fluida e libera da connotati metrici, segna il sunto di un percorso interiore assai intenso che De Luca rivela di aver compiuto in tutta la sua problematicità. Si tratta di poesie che nascono da un intreccio introspettivo che sembra uscire dal diario intimo di un uomo incline tanto alla meditazione metafisica quanto la divagazione comunicativa. I suoi componimenti non si sottopongono a nessuna struttura poetica di tipo tradizionale, cimentandosi piuttosto con un linguaggio che, proprio per quel suo sospingersi fino ai margini dell’insondabile, diviene antitesi delle sensazioni che intende descrivere. In una rete avvolgente di allusioni e dilatazioni semantiche, che inducono nel lettore il senso di un’angoscia sospesa ma necessaria.