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L’ossessione

lossessione

È il 22 ottobre e Mark Behrendt avrebbe finalmente qualcosa da festeggiare, è esattamente da un anno che non beve più e la donna a cui deve un traguardo così importante, la sua unica amica Doreen, lo sta aspettando a cena per celebrare questo anniversario. Cosa ci fa allora con lo sguardo perso e una Glock 19 dalla matricola abrasa tre le mani, davanti ad una scatola di scarpe aperta? Sta per cedere alla sua desolata tristezza e farla finita, finalmente, con tutto quel dolore; è soltanto il cellulare e la voce della sua amica che gli ricorda l’appuntamento a salvarlo. Sono passati sette anni da quando la vita di Mark è finita. Era uno psichiatra affermato e lavorava alla Waldklinik di Fahlenberg quando la sua compagna Tanja era morta in uno strano incidente d’auto, qualcuno aveva gridato: “Ehi, dottore!” e poi l’aveva brutalmente investita. Perché? Quella domanda senza risposta lo accompagna ancora dopo tanto tempo ed è diventata la sua ossessione. Un anno dopo l’incidente aveva aiutato un’amica di Londra a cercare il marito scomparso e Mark aveva creduto di poter ricominciare. Ma, mentre si preparava a lasciare Francoforte, dove si era trasferito e vive ancora in un bilocale al sesto piano di un cadente palazzo di cemento, il misterioso assassino gli aveva fatto recapitare un bigliettino agghiacciante, “Tra di noi non è ancora finita!”. L’abisso allora lo aveva riaccolto ancora più a fondo e vi era precipitato in compagnia di una bottiglia dietro l’altra. Anche se è stato radiato dall’albo, Mark è perfettamente in grado di diagnosticarsi una sindrome da disturbo post traumatico, con incubi manie e depressione, al punto da essere definibile cronico e resistente ai trattamenti. Certo, aver incontrato Doreen è stato un dono, ma il dolore è rimasto intatto e ogni mese lui apre quella scatola di scarpe e guarda la pistola, che metterà fine alla sua ossessione uccidendo l’assassino – se mai riuscirà a capire chi e perché ha ucciso Tanja – o uccidendo lui stesso. A tutto questo sta pensando per l’ennesima volta quando Doreen lo chiama per ricordargli la cena; lui, per non deluderla, va da lei anche se non ne avrebbe alcuna voglia. Dopo cena, la donna, per la prima volta da quando si conoscono, comincia a parlargli di sé, anche lei ha un passato doloroso e anche lei è stata salvata da un’amica, quando stava per morire per un’intossicazione alcolica. All’improvviso suonano alla porta. Sono le 23,15, Doreen pensa che possa essere soltanto l’anziano vicino che soffre di solitudine e va ad aprire lasciando Mark in cucina. Ad un certo punto, lui si rende conto che c’è troppo silenzio e avverte per istinto che qualcosa non quadra. Va in soggiorno e vede l’amica sulla porta d’ingresso che si sorregge al muro, mentre si tiene una mano sul collo prima di svenire. Mark si china su di lei e un pugno violento lo colpisce alla tempia, poi sprofonda nella tenebra. La mattina successiva lo sveglia lo squillo del suo cellulare, il display dice Sconosciuto, il numero non è visibile; Doreen è scomparsa. Mark risponde e resta impietrito: “Ehi, dottore!”. Di nuovo quella parole, dopo sette anni le stesse parole dell’assassino di Tanja. E poi un ultimatum, se vuole rivedere Doreen deve trovare una persona; per farlo ha esattamente due giorni, nove ore e ventitré minuti. Ma chi è quell’uomo? Perché ce l’ha con lui? E chi vuole che Mark ritrovi per lui?

Nella dedica di questo libro, Wulf Dorn scrive: “Questo è per voi, fedeli lettrici e lettori. Torniamo là dove tutto è cominciato”. A dieci anni dal successo internazionale del suo romanzo d’esordio La psichiatra, lo scrittore tedesco amato dagli appassionati di thriller rompe gli indugi, mette da parte i timori - inevitabili in casi come questo – e decide di scrivere il seguito di quella storia sorprendente diventata un bestseller, scritta quando lavorava ancora come logopedista in una clinica psichiatrica. Nella Postfazione, nella quale racconta di quell’esordio stupefacente (ma lo fa anche in diverse interviste), Dorn ricorda come fin da subito i lettori di tutto il mondo avevano cominciato a pressare per leggere ancora del dottor Mark Behrendt, divenuto con sua grande sorpresa un personaggio amatissimo, e di Ellen Roth. La sua risposta era stata decisa, non era intenzionato a scrivere un seguito, ma poi, ad un certo punto, ha cominciato a pensarci seriamente. Dopo la parentesi di Phobia – che è un po’ una storia a latere con lo stesso protagonista – si è dedicato quindi a questo lavoro che è durato molto tempo. Raccontando la genesi de L’ossessione, ha detto in una intervista che una storia e soprattutto una immagine oscura (come gli capita per ogni libro) gli si sono fissate nella testa; quando si è chiesto quale personaggio sarebbe stato più adatto la risposta gli è stata subito chiara: Mark Behrendt. La sfida, però, era difficile, “prendere i protagonisti e scrivere una storia completamente diversa”. Il cuore di questo romanzo sarebbe stato il senso di colpa, e in effetti tutti i personaggi ne portano addosso uno pesante, e soprattutto una domanda: cosa vuol dire essere colpevole? Se qualcosa viene compiuta consapevolmente, la risposta è chiara. E quando non è così? Tutti i personaggi sono preda di una ossessione, non soltanto il protagonista, tutti alle prese con sentimenti devastanti come la rabbia, il dolore, il bisogno di vendetta. Mark è in grado di autodiagnosticarsi un grave disturbo psichico ma non di trovare una via d’uscita, se non nelle stesse istintive emozioni del suo nemico; entrambi sono disposti a fare qualunque cosa per ottenere vendetta. Chi è la vittima e chi il carnefice? Le ossessioni di entrambi hanno deciso e distrutto le loro vite. Il racconto di una vera e pericolosa caccia al tesoro, scandita inesorabilmente dalle lancette di un orologio, è la trama di questo psicothriller crudo dalla scrittura lineare e scorrevole, fluido anche grazie ai capitoli brevi. Eppure L’ossessione non convince del tutto, appare troppo lento all’inizio con qualche colpo di scena un po’ telefonato, nella seconda parte sembra esserci una sferzata e il ritmo si fa, per fortuna, più serrato, fino al finale aperto che lascia certamente la possibilità di riprendere la storia di Mark e della sua compagna di (dis)avventure Ellen Roth/Laura Bauman - il cui ruolo non è il caso di approfondire per non rischiare brutti spoiler ai futuri lettori di questo romanzo e anche de La psichiatra, per chi non lo avesse ancora letto. A questo proposito, occorre aggiungere che sarebbe preferibile leggere le vicende in ordine temporale ma che non è indispensabile perché Dorn è stato abile ad “aiutare” il lettore de L’ossessione con diversi rimandi alle due storie precedenti. Nonostante, a parere di chi scrive, non sia all’altezza de La psichiatra, questo romanzo è consigliato certamente a chi ha conosciuto quei protagonisti e vuole trascorrere qualche altra ora in loro compagnia. Ne sarà, tutto sommato, soddisfatto, a patto di non avere aspettative troppo alte.