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Lost & found – Sul perdere e trovare l’amore

Lost & found – Sul perdere e trovare l’amore

Quanto è difficile dire che una persona è morta? Si preferisce fare giri di parole come: è passato a miglior vita, è venuto a mancare, è scomparso. Un uso consolatorio, anche se di poco conforto, per allontanare la brutale onestà del morire. Eppure, pochi giorni dopo la morte del padre, Kathryn si ritrova a dire: “Ho perso mio padre”. Lo dice all’impiegato dell’ufficio clienti del giornale per il quale lavora. Impegnata con suo padre che dalla cardiologia, in terapia intensiva, è passato alla casa di cura in cui è morto, ha dimenticato completamente di modificare la password per entrare nella sua casella di posta elettronica, che adesso è bloccata. Dopo il servizio funebre è tornata alla vita di sempre, ma quella frase, quel verbo, “perdere” l’addolora e la sconforta. I significati dell’inglese to lose sono cambiati nel tempo: dolore, desolato, perire, separare, perdere. Quante cose si perdono, tante da farne una lunga lista, piega di oggetti tra i più disparati o di persone. La maggior parte delle esperienze più intime riguardano una perdita, che con la sua natura avida, comprende ciò che non si trova al suo posto e ciò che non tornerà mai più...

Lost & Found, con sottotitolo Sul perdere e trovare l’amore è un profondo memoir della giornalista del “New Yorker” Kathryn Schulz, già vincitrice nel 2016 del Premio Pulitzer per un articolo sul rischio sismico nel Pacifico nordoccidentale. Con rigore scientifico l’autrice analizza: il concetto di perdita, lost, derivante dalla morte di suo padre; l’incontro con un sentimento di amore profondo e il matrimonio, found; infine, il concetto di e, & (ampersand), che lega i due precedenti. & è la colonna portante del libro, una congiunzione fra le cose che sappiamo e quelle che non sappiamo e che vengono accostate dall’esistenza, senza che noi ce lo aspettiamo, e si rivelano risolutive. È un libro di non fiction che offre tantissimi spunti di scambio e di riflessione. Lost & Found è un’opera molto speciale che riflette sul dolore e sulla condizione umana. È una proiezione dell’autrice di una parte di sé sulla carta per rendere pubblico qualcosa che è profondamente privato. È una mera testimonianza? Dove scatta la letteratura? In Kathryn Schulz c’è una naturale capacità di rendere universale qualcosa che è personale, il tutto mediato e filtrato dalla scrittura e dagli strumenti letterari che possiede e che mette al servizio del racconto di sé. Tra le pagine troviamo il suo substrato culturale, tante sono le citazioni e i rimandi alle sue molteplici e diversificate letture e ai suoi studi. Ci sono dati e statistiche, argomenti scientifici, neuroscienze e mitologia. È la giornalista d’inchiesta che emerge. Fin dalle prime righe si entra in connessione con l’autrice, perché le cose di cui scrive rientrano nella normalità della vita. Ad esempio, gli oggetti: ne perdiamo nove al giorno, che si trasformano in tempo e denaro persi, questo le serve a dare concretezza e freschezza al suo stile. Nel descrivere la malattia degenerativa del padre la Schulz usa un linguaggio semplice e quotidiano, quasi accennato, lasciando al lettore la possibilità di andare avanti con i suoi pensieri. Il vuoto lasciato da suo padre le causa dolori e acciacchi, come a dimostrare con il disagio del corpo la sua incapacità di accettare ciò che è successo. Arriverà alla conclusione che una cosa o una persona perduta non scompare mai per davvero. L’autrice alla & dà il peso di una vera e propria parola. La sua serenità arriva con l’incontro con Casey Cep, nel libro solo C, la donna che diventerà sua moglie. Un amore trovato, accresciuto con la quotidiana convivenza ed il reciproco prendersi cura. Kathryn imparerà a convivere con il fatto che questo amore lo può perdere, come è capitato a sua madre e come in un moto circolare si torna all’inizio. La scomparsa ci ricorda di stare più attenti, la transitorietà sprona a custodire, la fragilità a difendere; infatti, scrive che siamo qui per custodire non per conservare. Il titolo è stato lasciato volutamente in inglese per dare il massimo risalto alla & e poi la traduzione letterale sarebbe stata ufficio oggetti smarriti, quello degli aeroporti, sarebbe mancato il concetto di found, cioè ritrovato. Anche la copertina è quella originale americana. È un libro da apprezzare con calma e la lettura va di pari passo con le proprie riflessioni. Il filone narrativo delle storie del dolore è denso di eccellenti volumi, come L’anno del pensiero magico di Joan Didion o Livelli di vita di Julian Barnes, che insieme a Lost & Found portano ad una sorta di riconoscimento dei dolori che colpiscono tutti; portano ad una sorta di consolazione nel percepire che non siamo i soli a vivere determinate situazioni e non da ultimo, è come stare alla finestra e, confrontandosi col libro, poter dire con sollievo: “A me non è capitato”.