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L’ottavo giorno

L’ottavo giorno
All’inizio dell’estate del 1902 un fatto di sangue macchia e scuote Coaltown, sonnacchiosa cittadina dell’Illinois meridionale. Durante un’esercitazione di tiro a segno il direttore della miniera Breckenridge Lansing resta ucciso da un colpo di fucile che sembra partito dall’arma di John Barrington Ashley, suo principale collaboratore. John, pur proclamandosi innocente, è arrestato e condannato a morte. Ma cinque giorni dopo, durante il trasferimento in treno che lo sta conducendo all’esecuzione capitale, riesce a fuggire grazie a sei uomini travestiti da facchini, che, senza armi e senza dire una parola, lo portano via tra l’incredulità e la furia dei suoi custodi. Il fuggiasco si ricostruisce con fatica più vite, giungendo fino in Cile, mentre i figli e le mogli delle due famiglie conquistano ognuno la propria indipendenza, non senza affrontare una serie infinita di dolori e rancori…
L’ottavo giorno, pubblicato nel 1967 dopo circa vent’anni di silenzio da parte di Thornton Wilder, fu salutato da un grande successo di pubblico e critica, rimanendo nella classifica dei bestseller per venticinque settimane e vincendo l’anno successivo il National Book Award. Poi però finì nel dimenticatoio. Oggi l’opera vede nuovamente la luce, ristampata in una ricca edizione con prefazione di John Updike, un sentito omaggio a “un romanzo che brilla d’incanto e saggezza”, e postfazione di Tappan Wilder, che ricostruisce la vita letteraria dell’autore con l’ausilio di alcuni stralci di lettere scritte ai suoi familiari. Sono molteplici e drammatiche le storie che si incrociano in questo poderoso romanzo dalla fitta trama, che si snoda lungo l’arco di un secolo, dal 1845 fino alla Seconda Guerra Mondiale. È dalla voce del narratore esterno e onnisciente - lo è tanto da assumere spesso un tono biblico, e non mancano i sermoni - che apprendiamo l’odissea di Ashley e le mille peripezie degli altri personaggi. Wilder tesse la storia delle umane vicende come se fosse un enorme e complesso arazzo - metafora dichiarata dallo stesso autore nel prologo. E il limite principale dell’opera consiste proprio nel non porsi limiti, volendo trascendere pensieri e azioni, per elevarsi sempre al di sopra di ogni cosa. La massiccia presenza di simboli, allusioni e citazioni finisce così per confondere il lettore, trascinato inerte nelle iperboliche digressioni, non di rado in forma di vere e proprie dissertazioni, per le quali Wilder si sentì in dovere di giustificarsi nel suo discorso di accettazione del National Book Award, ritenendo che arricchissero la sua fatica di un valore mistico-filosofico. Che poi quest’abbondanza di metafore è la cartina tornasole dell’ambiguità di fondo che tormentava lo scrittore, dilaniato da un irrisolto dualismo tra agnosticismo e cristianesimo: il mondo attraverso i suoi occhi appare infatti tutto pervaso dalla Provvidenza, nella quale tuttavia non sembra riporre molta fiducia. Senza contare che i funambolici salti temporali, repentini e continui slittamenti in avanti e indietro, non agevolano di certo la lettura già frammentata. Eppure, nonostante i diversi punti deboli, L’ottavo giorno, proprio grazie al suo “beato scompiglio” - per dirla con le parole di Updike - illustra magnificamente le frustrazioni dell’Uomo, che da secoli tenta invano di giungere a quel nuovo e utopico stadio di sviluppo auspicato senza convinzione dal dottor Gillies, “il filosofo più eloquente ed esasperante di Coaltown”.