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L’ultima conversazione

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Non ha molti dubbi, Roberto Bolaño: se non fosse diventato uno scrittore avrebbe voluto fare il detective, vivere in Messico e probabilmente morire lì, giovane. Questa sua convinzione ha la stessa solidità delle sue origini letterarie: esiste un’unica nazione ispano-latinoamericana capace di inventare una letteratura che è ancora più piacevole della vita stessa. Perché poi la vita e la letteratura per Roberto Bolaño sono un continuum indistinto e si nutrono l’una della linfa dell’altra, quasi incapaci di distinguersi, con personaggi tanto reali da essere quasi delle finzioni della vita. Giornalista, scrittore, sognatore, soprattutto “detective”: Roberto Bolaño è tutto questo ed il suo contrario. Non ha paura ad ammettere che il suo sogno sarebbe stato quello di diventare un poliziotto, capace di incrociare il destino delle vittime e degli stessi aguzzini nella stessa storia, di trovarne una lettura convincente, ma non una soluzione. Perché i suoi romanzi si popolano di tante descrizioni di vittime, una narrazione distaccata e fredda di quello che incredibilmente è capace di martoriare il genere umano, senza però soffermarsi sulla punizione, sul colpevole, sul giudizio. Roberto Bolaño non trova soddisfazione nella rivoluzione e per questo ne ha abbracciata più di una: talmente radicale da non essere in grado di fermarsi neanche in uno dei suoi stati. Talmente rivoluzionario da avere paura quasi del suo radicalismo, spinto fino all’isolamento ed alla solitudine. Roberto Bolaño, il sopravvissuto, nel senso che non è morto, nonostante tutto, nonostante la morte…

Il volume edito da SUR raccoglie 5 interviste a Roberto Bolaño, un saggio complessivo ed esaustivo di Marcela Valdes, incentrato soprattutto sulla vena poetica di scrittore di gialli, ed una post-fazione di Nicola Lagioia. È sempre un piacere leggere le interviste ai nostri autori preferiti, nel caso di Roberto Bolaño un piacere non facile da gustarsi, per quella sua criptica incapacità comunicativa che ci permette di avvolgere lui e la sua opera in un’aura di mistero e incompiuto che però in fondo sono poi il senso della sua scrittura e del suo successo. Le sue interviste sono piacevoli nella misura in cui sono più simili ai suoi racconti che alla sua vita. Tanto spudorato nel mettere insieme la storia di se stesso in altri personaggi inventati (Arturo Belano, Ulises Lima, Benno von Arcimboldi), quanto schivo e riservato, quasi parco e svogliato, nel dispiegare i segreti della sua arte del limare storie. Se avesse potuto scegliere se vivere in una biblioteca o viaggiare per il mondo non avrebbe avuto dubbi: la biblioteca è la sua vita. “Se mai dovessi scegliere fra le due cose, Dio non voglia, sceglierei la letteratura. Se mi offrono una grande biblioteca o un biglietto dell’Interrail per andare a Vladivostok, io, senza il minimo dubbio, prendo la grande biblioteca. Con la biblioteca, oltretutto, il viaggio durerebbe molto di più”. Perché è la letteratura il suo mondo perfetto, quello dove nulla è compiuto e anche le carte dei truci massacri di donne a Ciudad Juárez hanno un fascino perverso che disegna il senso del viaggio sulla Terra. Divenuto famoso soltanto quando stava per lasciare questo mondo, Roberto Bolaño racchiude il senso della letteratura e l’indefinitezza del nostro percorso in vita, raccontato con la lucida e ferma capacità di esporre i fatti, senza che questi prendano il sopravvento sui giudizi. Un narrato fluido e mai banale, lucido e mai allucinato. Queste interviste aiutano a capire che forse non è esistito, perché Roberto Bolaño è una categoria dello spirito, che trascende lo stesso lettore e lo stesso scrittore: “Fare lo scrittore è piacevole – no, piacevole non è la parola giusta – è un’attività che ha i suoi momenti divertenti, ma conosco cose che sono ancora più divertenti, divertenti nello stesso modo in cui lo è per me la letteratura. Rapinare banche, per esempio”.