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L’ultima cosa bella sulla faccia della terra

L’ultima cosa bella sulla faccia della terra

A ogni anniversario, da diciotto anni le tavole calde di Harmony risuonano delle stesse parole: davanti a un caffè, i cittadini ancora increduli ricordano la strage della chiesa. 25 persone morte, un rogo innescato da Iggy, un ragazzo del paese. Un evento che continua a non avere una spiegazione. Iggy è stato condannato alla pena di morte, il senso di quel gesto, se esiste, muore con lui. Iggy non voleva uccidere nessuno, però, oltre sé stesso: voleva entrare in chiesa e darsi fuoco. Tutto è andato storto, quel giorno. Doveva essere una forma estrema di protesta? Il gesto di un ragazzo depresso, che non trova il senso della sua esistenza? O di qualcuno che non si accontenta del senso che ha trovato? Nella sua giovinezza, piuttosto solitaria ma ben fornita di droghe, incontra Cleo, che diventa la sua amante. O innamorata? È lei a suggerire un nome per quel sottofondo da cui sembrano uniti, la Costante. Un po’ malinconia, un po’ depressione, un po’ senso di solitudine esistenziale. La loro vicinanza non basta a riempire la vita di Iggy di un senso. Forse l’amicizia con Paul? Un’amicizia improvvisa e travolgente, la scoperta di un nuovo sé stesso, capace di amare in maniera inattesa. Il trio prosegue per un certo tempo la reciproca frequentazione, con il perenne sottofondo della Costante e delle droghe, silenziose compagne di viaggio. Certo, né Cleo né Paul avrebbero potuto immaginare. La loro vicinanza, la sensualità che li unisce non è abbastanza per capire o anche solo intuire le tragedie che si stanno profilando all’orizzonte. Dal canto suo, intontito dalle droghe e da internet, il giovane Iggy comincia a costruire quella insana idea, che poi si trasforma in qualcosa di devastante...

Michael Bible è al suo primo romanzo ma già è stato evocato l’accostamento con William Faulkner. La ragione è nella struttura, molto suggestiva e ben governata, del romanzo, che di capitolo in capitolo passa alla soggettiva di personaggi diversi e in momenti cronologicamente diversi della storia. L’effetto complessivo è iper-funzionale: il romanzo è asciutto, le diverse prospettive si alternano come fosse una raccolta di racconti, anche con una brevità stilistica che rende merito ai personaggi senza inutili lungaggini. Sullo sfondo, parte integrante della storia e quasi co-protagonista, la più classica delle classiche cittadine statunitensi dove non può succedere nulla, se non una tragedia da prima pagina. Quell’ambiente corresponsabile della noia profonda che inghiotte i ragazzi, che si buttano a riempirla con le - classiche - soluzioni prêt-a-porter: alcool, droga, sesso. E poi internet, droga dei tempi moderni, foriero di pessime ispirazioni. Ulteriore elemento dello scenario, la parola di Dio, la religione, per qualcuno antidoto ma per qualcun altro solo vuoto apparato, quindi ulteriore elemento di desertificazione dello spirito. A conoscere appena un po’ le cronache che vengono dagli States, la trama risulta un po’ come un déjà vu. Ma non è negli eventi, il talento, bensì nello stile (per il quale bisogna rendere merito anche alla traduzione), nella costruzione e nella profonda e molto umana amarezza che permea ogni riga. Se ci si aspetta il momento salvifico, la redenzione, un anelito di speranza, beh non ce ne sono troppi. Giusto il ciliegio.