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L’ultimo passo

Duccio Vigiani, al compimento dei 75 anni, come consuetudine invita i suoi storici amici Piero, Fabio e Sergio nella sua dimora fiorentina per una cena luculliana a base di antipasti di fegatino, penne al lampredotto, coniglio alla medicea e zuccotto, il tutto bagnato da corposi e abbondanti vini toscani. La mattina successiva, dopo aver passato una notte agitata forse anche a causa del pasto, prende il treno per Milano per poi noleggiare una vettura, oltrepassare il confine svizzero e infine raggiungere la sede del Life Institute di Zurigo. Si tratta di un viaggio segreto, pensato e organizzato di nascosto dagli amici, ma anche dall’ex moglie e dalla figlia Viola perché Duccio, già da tempo, ha deciso il suo destino mentre è ancora sano di mente e di corpo: abbandonare questo mondo richiedendo la procedura di morte assistita. L’unico modo per poterlo fare è affrontare i colloqui con la dottoressa Kramer, che potrà dare il suo benestare o meno alla richiesta di Duccio. Le sedute psicologiche diventano un pretesto per ripercorrere la propria vita, ripensare al lavoro di giornalista, al matrimonio fallito con la moglie Camilla e alla nuova e giovane fiamma Sabrina che per alcuni anni è stata la sua compagna. Non mancano le occasioni poi per ricordare il rapporto con i vecchi amici, quelli vivi e chi è già scomparso, lasciando una vita a metà. Ma è proprio questo il punto. Duccio sente di non avere più niente da dire, niente da fare su questa terra. Piuttosto che spegnersi lentamente nel corpo e nella mente, logorato da una vecchiaia inevitabile, preferisce andarsene ora che ancora può scegliere di farlo liberamente, senza rimpianti o rimorsi. Dunque occorre attendere la risposta della dottoressa Kramer, che nel frattempo ha steso la relazione e preso la sua decisione…

Ci sono molte, troppe cose che scricchiolano in questo romanzo che di per sé avrebbe avuto un certo potenziale. L’idea che un anziano viva la sua età come una malattia, la paura di sentirsi inutile, la solitudine in mezzo agli altri avrebbero potuto diventare punti di approfondimento per un romanzo profondo e duro. Ma più di una cosa lo impedisce. Innanzitutto il lessico usato, che risulta improbabile non solo in bocca a un settantacinquenne ma a qualsiasi individuo che noi potremmo immaginare. I termini usati da Duccio, soprattutto nei lunghi dialoghi con la dottoressa Kramer, non risultano mai credibili. Le sue dissertazioni filosofiche sull’amore sono fiumi in piena sul significato del termine kamasutra, sulla “singletudine”, sulla cosiddetta coperta di Linus. Sono labirinti pieni di paroloni dentro ai quali ci si perde. Quando il protagonista, rivolgendosi alla psicologa svizzera, dice “agli occhi degli altri non dovevo apparire particolarmente diverso da prima: al lavoro o in compagnia ero inalterato, solo io sentivo, in ufficio verso l’imbrunire, o al volgere della fine di una serata tra amici, salire dallo stomaco un lieve flusso ansiogeno” si accende un campanello in testa. Singletudine? Inalterato? Flusso ansiogeno? Al volgere della fine? Si fa fatica a immaginare qualcuno che parli così e che affermi di rifiutare “aprioristicamente l’eventuale manifestarsi dell’amore” o che sostenga che lo stare in coppia venga incentivato “dall’avere la disponibilità H24 di fare sesso”. Sono solo due esempi, ma si potrebbe continuare. Poi, il tempo. L’ultimo passo è ambientato nel novembre del 2040. Ce lo dice la dottoressa Kramer alla fine, esponendo le sue conclusioni. Per tutto il romanzo, Duccio ci ha bombardato di riferimenti musicali agli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso. Ha noleggiato una Audi Q3 e alla radio passano Sunday bloody Sunday degli U2. A parte questo, se pensiamo a com’era il mondo vent’anni fa, a cosa è cambiato, non sarebbe stato forse il caso di fare uno sforzo di fantasia e metterci qualcosa di nuovo? Invece, Duccio pranza in un normale ristorante ai bordi del lago, ascolta canzoni già vecchie oggi, il suo telefonino potrebbe essere un Nokia 3310, per quel che ne sappiamo. Da manuale poi la scena finale nella quale Duccio, nel congedarsi dalla dottoressa, alza le spalle verso le orecchie, allarga parzialmente le braccia e sorride.