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L’ultimo traghetto

L’ultimo traghetto

Nei giorni scorsi un furioso temporale ha colpito la costa della Galizia. A Vigo l’acqua ha invaso cantine e garage e il vento ha staccato frammenti di cornicioni dai palazzi. I pescherecci sono stati costretti a rimanere ormeggiati nei porti e le navi di grande tonnellaggio hanno cercato riparo all’interno della ría. Quando Leo Caldas esce di casa, sta ancora piovendo. Il vento ha spostato alcuni cassonetti e i mucchi di foglie cadute sui marciapiedi sono più numerosi del solito. La burrasca pare aver lasciato il segno anche sui visi dei piantoni che se ne stanno a chiacchierare sul portone del commissariato. Leo spinge la porta di vetro ed entra nel suo ufficio dove, come ogni venerdì, i rapporti e i verbali, ignorati per l’intera settimana, sono lì ad attenderlo. Le pratiche burocratiche sono noiose, ma sono parte del suo mestiere, e l’ispettore sospira e comincia ad occuparsene, partendo dai casi che hanno un adesivo giallo, indice d’urgenza. Quando, un’ora e mezzo dopo, il collega Rafa Estévez apre la porta del suo ufficio, Caldas è ancora a capo chino sulle scartoffie. L’ultimo giorno lavorativo della settimana scorre così, tra pioggia e incartamenti. Quando finalmente spunta il sole è già martedì. Caldas è in ufficio, come al solito, quando viene chiamato dal commissario Soto, che gli comunica di aver ricevuto una telefonata dal dottor Andrade – un eminente chirurgo che ha salvato molte vite, tra cui anche quella della moglie del commissario, che ha quindi un grosso debito di riconoscenza nei confronti del luminare –, molto preoccupato perché non sa dove sia finita sua figlia. Andrade passerà dal commissariato più tardi e Soto vuole che Caldas si occupi della vicenda. La ragazza scomparsa si chiama Mónica e non si hanno più sue notizie dalla domenica precedente, quando non si è presentata al ristorante in cui i genitori l’avevano invitata per pranzo…

Un mondo a parte, isolato e senza tempo, collegato alla grande città da un traghetto. In questo luogo, dove apparentemente tutto è perfetto, una donna è scomparsa. E non si tratta di una giovane qualsiasi, ma della figlia di un famoso cardiochirurgo, una di quelle personalità di rilievo di fronte alle quali in parecchi si sentono in debito, incluso il commissario a cui l’ispettore Caldas deve rendere conto quotidianamente. Il nuovo romanzo di Domingo Villar, autore galiziano fortemente legato alla sua terra e alle tradizioni locali, è il terzo capitolo – dopo Occhi di acqua del 2006 e La spiaggia degli affogati del 2009, entrambi ancora non pubblicati in Italia – delle vicende che hanno come protagonista l’ispettore Leo Caldas, uomo piuttosto timido e malinconico ma, allo stesso tempo, abile e tenace investigatore capace di scovare ogni indizio, anche il più insignificante all’apparenza, che gli consenta di dipanare l’intricata matassa legata alla sparizione della giovane Mónica, donna oltremodo complessa e misteriosa. Con l’aiuto dell’irruento collega aragonese Rafa, incapace di comprendere appieno l’ironia tipica dei galiziani, e del resto della squadra investigativa, Caldas si muove – tra false piste, incursioni nella Scuola di arte e mestieri e dichiarazioni tutte da verificare – da una parte all’altra della ría, tra il villaggio di Tirán e la cittadina di Vigo, tra menzogne e non detti, confessioni taciute, errori e verità scomode. Seicento pagine ed oltre che si leggono tutto d’un fiato e regalano al lettore una galleria di personaggi singolari e intriganti, oltre che un’ambientazione che affascina ed incanta. Un intreccio narrativo molto ben sviluppato che mantiene viva l’attenzione e affronta temi importanti – la solitudine e il disagio per citarne solo alcuni – raccontandoli con delicatezza e rispetto. E non importa se il lettore esperto risolve il mistero della scomparsa di Mónica parecchie pagine prima della fine del romanzo. Quello che davvero conta è la sensazione che resta, quella di un profondissimo vuoto, reso ancora più straziante dalla consapevolezza.