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L’ultimo treno da Kiev

L’ultimo treno da Kiev

Irina non conosce la libertà. L’Ucraina negli anni di Kučma è un paese corrotto e allo sbando, è il prezzo da pagare dopo il crollo del Muro di Berlino e della Cortina di Ferro. Si è separata da suo marito Nicolaj, che non la aiuta affatto per il mantenimento della loro figlia Oksana. Mentre lui spende i suoi soldi tra vodka e puttane nella più totale inerzia, lei ha rinunciato al valore della sua intelligenza e della sua femminilità ed è tornata a vivere con i suoi genitori. Dalla sua laurea in letteratura ucraina ha ormai poco da sperare, la sua carriera di insegnante al liceo di Truskavets è finita, ha detto addio alle sue care materie letterarie. Adesso Irina lavora in una scuola materna per pochi soldi e lo stipendio non sempre arriva. È difficile avere una vita decorosa, la fame incalza, il paese non ha prospettive, deve inventarsi qualcosa. Ha deciso di emigrare e per questo deve andare a Kiev. Ha già un indirizzo a cui rivolgersi, è quello di un’agenzia che trova lavoro all’estero, in Occidente, di solito clandestino. Per sua madre ha inventato una scusa, ma il pensiero di doversi separare da sua figlia la lacera dentro. Non possono più continuare a vivere di stenti e poi per Oksana sogna l’università, che costa molto. Per Kiev Irina prende un treno notturno e cullata dal suo dondolio, riesce a dormire qualche ora. Alle prime luci del mattino vede scorrere davanti ai suoi occhi il paesaggio innevato e in lontananza il meraviglioso fiume Dnepr, tanto caro a Bulgakov. Tra poco il treno arriverà in stazione e Irina si prepara a scendere, passandosi sulle labbra l’ultimo mozzicone di rossetto che le è rimasto. È pronta per affrontare un nuovo destino. A Kiev in quel giorno di febbraio ci sono venti gradi sottozero, Irina infagottata com’è nel giubbotto sembra un cosacco. È disposta a fare qualsiasi lavoro, la badante, la cameriera, ha sentito che in Italia gli stipendi possono arrivare a cinquecento dollari. Anche perché l’alternativa sarebbe quella di andare a rovistare nei bidoni della spazzatura...

L’ultimo treno da Kiev della giornalista e scrittrice Stefania Nardini, uscito per la prima volta nel 2001 per Pironti con il titolo Matrioska, è ora riproposto dall’editore Les Flâneurs. Il romanzo nasce dal viaggio che l’autrice ha fatto in Ucraina per indagare sulla condizione femminile dopo il crollo del Muro di Berlino, durante il quale ha conosciuto Oksana Zabužko, la prima autrice ucraina che ha scritto su questo argomento a suo rischio e pericolo. Se Kiev oggi è sinonimo di guerra, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il libro di Stefania Nardini invece racconta di quel Paese subito dopo la caduta del Muro di Berlino, quando il disfacimento dell’impero sovietico lo aveva lasciato in uno stato di estrema povertà, con la fine di ogni illusione di libertà e senza la possibilità di una vita futura decente. La voce narrante è appunto Irina Kosenko una quarantenne che spinta dalla fame e dal desiderio di garantire una vita migliore alla figlia, parte per l’Italia, per Roma, alla ricerca di un lavoro. Viene scelta da Rosa, una giornalista femminista che vive a Montepulciano con il marito e il figlio e che ha bisogno di una donna delle pulizie. Tra Rosa e Irina nasce un rapporto di solidarietà e amicizia, da Rosa fa suoi i principi di emancipazione e autodeterminazione, ma di fronte a un’offerta economica migliore, Irina lascia immediatamente la famiglia dove è stata accolta con affetto e gentilezza. Stefania Nardini con uno stile asciutto e perfettamente aderente alla realtà che racconta, fa ascoltare non solo la voce di Irina, ma anche quella di tante altre donne ucraine in fuga dalla fame e dall’ ingiustizia. La storia descrive l’arrivo in Italia di migliaia di donne che provano a improvvisarsi badanti, domestiche, bambinaie, pur di far sopravvivere le famiglie che sono restate in Ucraina. In casi peggiori, le sedicenti agenzie di lavoro fanno da tramite a uomini violenti e malavitosi che vendono queste giovani donne come prostitute, cubiste o lavoranti schiave in fabbrica. Ci sarà una speranza per Oksana? Avrà la possibilità di sentirsi libera e non come sua madre che dice: «Io sono nata nella dittatura. Quando per un tozzo di pane si facevano file interminabili. Quando eravamo pezzi di carne umana proprietà di un regime».