Salta al contenuto principale

L’ultimo treno per Istanbul

L’ultimo treno per Istanbul

1941, Ankara, Turchia. Macit è un membro dello stato maggiore turco impegnato nelle contrattazioni diplomatiche per evitare l’ingresso della Turchia nella Seconda guerra mondiale. In un incontro avvenuto a Parigi due anni prima aveva partecipato, insieme al ministro degli Esteri, a un trattato di alleanza con Gran Bretagna e Francia. Vista l’imminente minaccia tedesca, però, sta iniziando a chiedersi se non abbiano tutti commesso un grande errore. Sabiha non è felice che Macit, suo marito, negli ultimi tempi faccia sempre tardi a lavoro, costantemente impegnato in riunioni relative al conflitto bellico in atto in Europa. Intenta a trascorrere un pomeriggio giocando a carte con le amiche si rende conto di non riuscire a concentrarsi e, inventando una scusa circa l’assenza della tata di sua figlia Hülya, decide di abbandonare il tavolo da gioco e il suo tè per tornare a casa. La sua angoscia non è soltanto dovuta alla lontananza del marito. Sabiha teme per sua sorella Selva, trasferitasi a Parigi insieme a Rafael Alfandari. Rafo, il ragazzo ebreo che Selva ha deciso di sposare nonostante il divieto impostole dal padre Fazıl Reşat Paşa, che l’ha poi rinnegata. Lo stesso Rafo per il quale Selva ha scelto di abbandonare la propria famiglia. Sabiha, infatti, sa perfettamente che al momento essere ebrei nella Francia dove procede l’invasione dell’esercito della Germania nazista è estremamente pericoloso. Selva scrive ogni giorno a sua sorella Sabiha, ma negli ultimi tempi non le è possibile comunicare telefonicamente con lei per paura di possibili spie che sorveglino la linea del funzionario del ministero degli Esteri turco. L’ultima volta che Selva ha avuto un contatto diretto con la sua famiglia è stato proprio durante il viaggio diplomatico di Macit a Parigi nel 1939, quando gli ha annunciato che lei e Rafo aspettavano un figlio...

In questo romanzo del 2002, pubblicato in Italia dopo tredici anni e recentemente ristampato, la Storia del Novecento europeo si intreccia con le vite dei personaggi usciti dalla penna della scrittrice turca Ayşe Kulin. Ciò che rende il libro speciale è la possibilità di rileggere la Seconda guerra mondiale da un nuovo punto di vista, quello della Turchia, Paese in bilico tra l’Europa e l’Asia, e tra il progressismo portato dalla Repubblica di Atatürk e la nostalgia per le vecchie tradizioni ottomane. Gli sforzi del Governo e dei diplomatici turchi per mantenere il Paese più o meno neutrale durante il conflitto e i tentativi di salvare quanti più cittadini turchi espatriati dalle grinfie dei nazisti non sono, infatti, altrettanto noti come tanti altri aspetti ben più conosciuti di quegli anni di guerra. Molti sono i personaggi presenti nel racconto e a ognuno di loro è affidata una testimonianza diversa: Selva e Rafael Alfandari, con il loro amore che va oltre ogni tipo di intolleranza religiosa; Tarık Arıca, Nazım Kender e Ferit, con il loro impegno politico anche a discapito della propria incolumità; David Russo, con tanta voglia di godersi la vita nonostante la prigionia in un campo di lavoro nazista. Altri ancora appaiono più o meno fugacemente, lasciando alcune vicende inesplorate. Anche la conclusione del romanzo arriva improvvisa e rimane quasi tronca, dando comunque la possibilità al lettore di immaginare un finale personale per ognuna delle piccole storie accennate. Il vero protagonista, comunque, resta “La Stella e la Mezzaluna”, il treno della salvezza realmente organizzato dalla Turchia che ha permesso a molti innocenti, ebrei turchi e di altre nazionalità, di fuggire dalla Francia occupata. Un convoglio che riporta alla memoria il falso treno di deportati su cui gli ebrei di un paesino dell’Europa dell’Est venivano portati in salvo in Train de vie – Un treno per vivere, film tragicomico del 1998 del regista rumeno Radu Mihăileanu. Nonostante la traduzione a volte piuttosto imprecisa e alquanto ripetitiva, resta comunque un romanzo interessante, scorrevole e decisamente piacevole da leggere.