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Lungo cammino

Lungo cammino

Istanbul, giorni nostri. Dopo aver ponderato l’idea, un mattino, all’alba, un ventinovenne abbandona il bilocale nel quale ha vissuto con la madre e intraprende un pellegrinaggio per allontanarsi il più possibile dal consorzio umano. Dapprima conduce un’esistenza da senzatetto e, istruito dal consimile Mahmut, si nutre di ciò che trova nell’immondizia. La vita dei clochard, però, è piena di insidie, e così il ragazzo si risveglia in un letto d’ospedale con diverse fratture, dopo essere stato scambiato dalle forze dell’ordine per uno di quelli che Erdoğan ha definito “vandali”, i partecipanti a una manifestazione trasformatasi in sommossa. Se fino a quel momento ha sostenuto di chiamarsi Erkan, adesso è diventato Mahmut, più per una sorta di dissoluzione mnemonica che con intenti difensivi. Questo cambio di nome dà vita a un equivoco con due poliziotti che indagano sulle sue reali responsabilità, ma il tutto si risolve con qualche minaccia. Il ragazzo viene preso sotto l’ala protettiva della dottoressa Selma, che non capisce il suo desiderio di isolarsi: “Non possiamo vivere senza la presenza di un altro”. Indifferente alle attenzioni della donna, il ragazzo scappa dall’ospedale e riprende il suo cammino. Di nuovo si ritrova nei guai, stavolta in cella: i suoi carcerieri si rifiutano di credere che stesse camminando senza una meta (come succede all’aspirante bombarolo della Vita agra). Tornato in libertà, il giovane giunge infine su un eremo, obiettivo già prefissato e dichiarato (“Un luogo isolato, in cima a una montagna”), e si insedia in un antro. Vive di stenti e senza prospettive (“Non ho nessuno scopo”), rifiutandosi di cacciare e cibandosi di radici ed erbe, finché un giorno non trova nel bosco un corpicino esanime: si avvicina e scopre che si tratta di una bambina, la porta nel suo rifugio e se ne prende cura, ma...

Romanziere e saggista, Ayhan Geçgin (1970) è uno dei più importanti autori turchi viventi, conferito del premio Orhan Kemal nel 2020. I paratesti di Lungo cammino riferiscono che “la sua opera ripercorre la storia della Turchia, approfondendo controversie politiche e sociali di difficile risoluzione, dalla questione curda alla ricerca di un’identità nazionale” (quest’ultimo è un tema ricorrente della letteratura contemporanea turca). In Lungo cammino, però, gli elementi storico-politici risultano marginali o funzionali: certo, i profughi sono la punta di un iceberg, ma le scene che li vedono protagonisti vivono di piena autonomia e sarebbero altrettanto incisive se allegoriche o sganciate da fatti storici. Geçgin ha a cuore i temi caldi del suo Paese, ma in questo caso è più interessato a costruire una novella universale e atemporale di sorprendente essenzialità. Lungo cammino si potrebbe infatti riassumere già con il titolo, ma la sua grandezza è inestricabili dalle vicissitudini che accompagnano l’erranza e che offrono al lettore emozioni forti, un frequente straniamento, la rappresentazione di interazioni umane inutili perché dominate dall’incomunicabilità e, più in generale, un senso di ineluttabilità del male innescato dall’uomo millenni or sono. La linearità dell’impianto è spiazzante, così come scarna appare la prosa, non figlia di un minimalismo sottrattivo, bensì parsimoniosa per antico retaggio. Ciò che colpisce di più è l’abisso interiore del protagonista, personaggio cavo ai livelli di un Bartleby che trova urtante il vocìo umano ma non lo giudica moralmente (“La voce umana mi impedisce di sentire ciò che ho bisogno di ascoltare”, tutto qui): quindi non un Zarathustra che ridiscende dall’eremo per propalare verità al volgo, ma nemmeno un alienato come lo vedono i gendarmi o l’amabile e ottusa dottoressa; eppure, o proprio per questo, il protagonista di Lungo cammino raggiunge una forma di ascesi nell’accezione zen, quale evaporazione (più che rinuncia) di qualunque finalità. In lui persiste comunque uno slancio panteistico, quasi a dimostrare un’originaria bontà del nucleo umano, appurabile attraverso la spoliazione dell’individuo di tutte le sovrastrutture sociali (si pensi al Sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij, nel quale questo “spirito” immacolato può esistere soltanto in una dimensione onirica): la ritroviamo, questa bontà primeva, nel rapporto sacrale con la natura o nel salvataggio della bambina (che poi è anch’ella natura). Da bravo jurodivyj il ragazzo ha comunque un ultimo spasmo carnale che sottolinea la possibilità di un libero arbitrio (anche perché se fosse un atarassico il libro non avrebbe la stessa tensione) e che implode per la fortuna sua ma anche del suo creatore, attento a eludere i cliché letterari. Peculiare variante del romanzo filosofico, nella quale il processo riflessivo non è affidato al protagonista ma si costruisce per frammenti (i discorsi di Mahmut, dei profughi, della dottoressa), Lungo cammino è stato accostato a Fame di Hamsun (per il rapporto cruciale con l’alimentazione) e ad alcune fatiche di Modiano (per le atmosfere), ma nella sua apparente semplicità non ha bisogno di numi tutelari e si presta a riflessioni critiche più di tanti romanzi magniloquenti spacciati per letteratura. Certo, Geçgin non è un autore per le masse in cerca di pathos o parolai egocentrici, ma non c’è dubbio che con la sua idea di letteratura sottovoce saprà allietare i lettori più raffinati e gli affezionati al primo Novecento.