Salta al contenuto principale

L’unica persona nera nella stanza

L’unica persona nera nella stanza

Nadeesha è nata in Sri Lanka, a Colombo, e là ha vissuto per i primi sei anni della sua vita. Dell’infanzia ricorda i piedi scalzi, i tetti delle case su cui ci si arrampicava con facilità, il cuginetto e la sua passione per gli aquiloni, il buio senza lampioni delle strade, le serate passate tutti insieme davanti alla tv a guardare le ultime notizie della guerra. Sentiva dire che il papà viveva nella remota Italia, in una città chiamata Milano e a un certo punto anche sua madre partì per raggiungerlo e Nadeesha rimase con la nonna paterna, che la custodiva “come l’unica figlia del più amato, come una cosa preziosa”. Passava il tempo e nella testa della bambina il ricordo del padre e della madre si affievoliva sempre di più, così sua madre decise che doveva trasferirsi in Italia anche lei perché non sopportava più quella lontananza e tantomeno quell’oblio. È così che a sei anni è passata da un’isola nell’Oceano Indiano alla provincia lombarda, il paesotto di Nova Milanese per la precisione. Un salto culturale incredibile, ma Nadeesha dopo un paio d’anni – finita la terza elementare – parla l’italiano come se non avesse mai parlato altro, anche grazie all’affettuoso impegno di una coppia del luogo, Donatella e Giorgio. Sempre nuovi libri da leggere, vestiti esattamente uguali a quelli delle sue compagne di scuola, corsi di nuoto pallavolo danza, lezioni private di inglese: “Il prodotto finito di quegli sforzi era una ragazza di cui mai avresti detto che c’era stato un tempo in cui si arrampicava scalza sui tetti”. Poi vengono il liceo classico a Monza, l’università e l’inizio dell’impegno sul tema delle “seconde generazioni”, con articoli pubblicati su media nazionali e internazionali…

Questo libro nasce da un articolo pubblicato nel 2019 sul magazine online “Not” che evidenziava una situazione paradossale e drammatica: negli ambienti culturali e politici italiani i neri – tra i quali vengono comprese persone di origine africana, indiana, sudamericana e orientale senza nemmeno un tentativo di approfondimento e distinzione – sono al massimo un oggetto di discussione, mai un soggetto. Sono pochi, marginali e devono anche comportarsi in modo più prudente del resto della popolazione e non sottolineare con troppa foga la questione razziale per non essere accusati di essere “razzisti al contrario” o “antagonisti del vivere pacifico”. Per non parlare degli stereotipi etnici presenti pressoché ovunque nell’entertainment, una cosa divertente “se il pubblico che ride è per la stragrande maggioranza bianco e non ha idea del suo lato tragico”. Anche nei cast multietnici di film e serie tv i personaggi di etnia non caucasica sono buffi, parlano con uno strano accento, hanno strane usanze, sono isolati: si trovano spesso ad essere “l’unica persona nera nella stanza”. L’articolo ebbe un grande successo e Nadeesha, che pure si occupava del tema da un po’, solo da allora si rende conto di aver “concentrato in una pagina cosa significhi essere un nero italiano”. Le difficoltà inspiegabili in aeroporto, le ispezioni “casuali” nei supermercati, il “tu” degli impiegati che diventa “lei” appena si rivolgono a un bianco, gli insulti dei razzisti per la strada o sui social network ma anche – ed è questa la vera epifania che il bellissimo libro di Nadeesha Uyangoda ci regala – le battute ironiche (in buona fede) che sembrano un corollario inevitabile alla vita di ogni coppia mista, le domande sempre uguali degli estranei, che anche quando sono sinceramente interessati e dichiaratamente antirazzisti si rivolgono a te di default come se tu fossi straniera, informandosi educatamente sui tuoi usi e costumi presumibilmente esotici quando invece sei semplicemente una ragazza dell’hinterland milanese. Una galleria inquietante di gaffe e comportamenti sgradevoli (in qualcuno vi riconoscerete, fidatevi: praticamente nessuno è immune) che ogni italiano non caucasico si trova costretto a subire quasi ogni giorno e che incide pesantemente in negativo sulla sua qualità di vita, nel migliore dei casi. Lettura rivelatrice, da consigliare nelle scuole.

LEGGI L’INTERVISTA A NADEESHA UYANGODA