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L’universo in un granello di sabbia

L’universo in un granello di sabbia

Mozambico, alba del 14 marzo 2019. Mia Couto si trova nella capitale Maputo. Telefona allo scrittore Dany Wambire: a breve un ciclone si abbatterà sulla sua città natale, Beira, e Couto vuole assicurarsi che i suoi amici siano preparati. Wambire giura di richiamarlo presto. Non lo farà. Verranno interrotte le linee telefoniche, poi quelle elettriche, Internet, i rifornimenti d’acqua. Couto ha già vissuto gli effetti di un ciclone. Era il 1962, aveva sette anni. “Quel ciclone, chiamato Claude”, riflette Couto, “mi aveva dato la prima lezione sulla nostra condizione effimera e fragile. La città, che io pensavo eterna, era in fondo altrettanto indifesa di quel bambino che tremava, spaventato, tra le braccia della madre”. Dopo una settimana di attesa riesce ad avere notizie da Dany. Stanno tutti bene ma la sua casa è crollata. Couto sta scrivendo un nuovo libro e ha intenzione di tornare nella città natale, anche se Wambire gli sconsiglia di partire. Riesce a raggiungere Beira solo due settimane dopo il ciclone. L’aeroporto al suo arrivo è un accampamento militare… “La paura è stata uno dei miei primi maestri”, racconta Couto. È nato nel Mozambico coloniale, dove “la narrazione della paura contava su un invidiabile casting internazionale: i cinesi che mangiavano i bambini, i cosiddetti terroristi che lottavano per l’indipendenza del paese, e un ateo barbuto con un nome tedesco [...] Il prezzo di questa narrazione del terrore è stato tuttavia tragico per l’intero continente africano”. In nome della sicurezza si sono infatti commesse le più terribili atrocità, la paura ha mantenuto al potere alcuni dei dittatori più sanguinari di cui si abbia memoria. La politica si è trasformata in religione, si è continuato ad alimentare fantasmi, a fabbricare sempre nuovi nemici…

L’universo in un granello di sabbia raccoglie ventisei interventi dello scrittore e biologo mozambicano António Emílio Leite Couto, meglio noto come Mia Couto, considerato tra i massimi scrittori di lingua portoghese. Il volume riunisce lettere, conferenze, articoli, discorsi pronunciati nei luoghi e nelle occasioni più differenti tra il 2010 e il 2019. Couto affronta in questi suoi interventi gli argomenti più disparati, dalla politica alla letteratura, dalla cultura alla biologia, nell’intento dichiarato di “ripensare il pensiero”, in un continuo e agile gioco che realizza andando dal particolare al generale e via via abbracciando la complessità, con lo sguardo vigile e profondo di un “poeta che scrive in prosa”. Prende forma in queste pagine la storia recente del Mozambico, accanto alle debolezze dei governi africani e alla necessità di riprendersi la propria Storia. Trovano posto omaggi a Nelson Mandela, “maestro di umanità”, al rivoluzionario Samora Machel, a Zé Craveirinha, il maggior poeta del Mozambico. Ricordi d’infanzia (la madre che chiama Couto per “rifare il letto”) divengono spunto per una riflessione sul potere del linguaggio e sulla vera natura di una nazione. E ancora: una vacanza in Brasile che si svela in quattro personaggi-chiave; le affinità tra la creazione artistica e la giocosa immaginazione di un bambino; l’incontro con un cacciatore matsua cieco che ci parla di corpo, pensiero, scrittura, sogni. Il risultato è un affascinante e variegato caleidoscopio tematico, da cui emerge con particolare lucidità la concezione dell’intellettuale come “essere di frontiera”. Come Couto stesso dichiara in uno dei testi centrali del volume, I Templi del tempo: “Le vicende della mia vita hanno fatto di me una creatura dalle molteplici frontiere. Sono un africano figlio di europei. Sono uno scrittore in una nazione che vive nell’oralità. Sono un poeta che lavora come scienziato, sono un ateo in una società profondamente religiosa. Sono nato su un crinale temporale, tra una patria che non c’è mai stata e una nazione che ancora sta nascendo”. Questa condizione liminale non rappresenta per Couto un ostacolo, quanto piuttosto una risorsa fondamentale, necessaria per comprendere e interpretare la complessità del mondo postcoloniale. Il titolo stesso della raccolta, che riecheggia il famoso verso iniziale del componimento Auguries of Innocence di William Blake (“To see a world in a grain of sand”), rivela l’ambizione del progetto, ossia dimostrare come nei dettagli più minuti della realtà mozambicana e africana si possano leggere dinamiche universali della condizione umana e della contemporaneità. Come è spesso emerso dalle sue interviste, la letteratura è per Couto un “ponte” fondamentale per costruire dialoghi, “un invito ad ascoltare voci di altri mondi”, imprescindibile strumento di comprensione critica della realtà e di lotta verso ogni forma di ingiustizia. L’universo in un granello di sabbia rappresenta forse uno degli esempi più compiuti di tale impulso alla mediazione, pagine in cui Mia Couto non rinuncia alla complessità del pensiero e alla vocazione letteraria, né all’urgenza di un impegno politico che, per sua parte, possa contribuire a fare la differenza.