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L’uomo bonsai

L’uomo bonsai
Fine Ottocento. In una taverna portuale il capitano O’Murphy si è guadagnato un pubblico di quattro marinai. Ha bisogno di raccontare, O’Murphy, per esorcizzare la pazzia, ha bisogno di giurare che no, “non era un’allucinazione collettiva. In verità vi dico, anche se io e i miei uomini eravamo sfiniti, anche se l’aria era carica di furia umida ed elettrica… quello non era un sogno!!!”. Il quartetto di avventori sembra scettico, ma trattiene O’Murphy e gli chiede di proseguire. Ed ecco risalire a galla l’immagine di un vascello fantasma, stagliatosi in pieno oceano dopo una tempesta. Nulla di sconvolgente per una ciurma abituata a solcare i mari di tutto il mondo, se il vascello in questione non fosse stato sormontato da un gigantesco albero, della mole doppia a quella dell’imbarcazione. Un albero maestro con fronde vigorose, proiettate verso l’infinito. O’Murphy rievoca l’istante in cui, con due mozzi della sua Narval, aveva messo piede sul vascello e l’albero aveva rivolto loro la parola. “I rami avevano strappato i pennoni e il sartiame, si slanciavano immensi verso il cielo. Eravamo muti, avvolti dallo stupore, quando una strana voce ci scosse…”. L’albero aveva detto di chiamarsi Amédée e di essere stato un vasaio, duecento anni prima. Poi, un notte, era stato arruolato con la forza sulla nave pirata del sadico capitano Stroke. Qui era stato a lungo pestato, umiliato e persino mutilato. Abbandonato quindi su un’isola deserta, era sopravvissuto di stenti finché un seme non gli si era innestato nel cuoio capelluto e, in breve tempo, ne era germogliata una piantina inestirpabile: come un parassita, il piccolo arbusto ne aveva divorato le energie, riducendolo in fin di vita. Era stato l’equipaggio di una giunca cinese a salvarlo: preso a bordo, il vasaio aveva ricevuto le cure di un vecchio saggio: “mi sfogliava, mi spollonava, mi potava, mi spuntava, mi sfoltiva, mi scorteccia, mi sfrondava. Man mano che l’albero si contorceva e si piegava, un benessere infinito, una forza immensa mi invadevano. La serenità, la potenza dell’albero si trasferivano in me, gonfiando i miei tessuti, irrobustendo i miei muscoli”. La sua pelle assunse un colorito inumano ed fu coperta con ideogrammi tatuati. In questa rinascita, Amédée aveva scoperto anche l’amore, grazie alla bellissima Shangai Li: “Quando incrociai il suo sguardo, sentii un languore allo stomaco, come se avessi fame. Il mio alberello fremette, perdendo qualche foglia”. Giorno dopo giorno Amédée era diventato sempre più nerboruto e fiero di sé, indistruttibile negli scontri da arrembaggio, venerato e temuto da tutti, fino all’incontro risolutivo con il capitano Stroke...
Influenzato da Autherman e Pratt, Fred Bernard tesse una storia che trascina dalla prima all’ultima pagina. Lo stile è semplice e le campiture del tratteggio nervose, ma questi elementi grafici, combinati alla colorazione lineare quanto efficace di Delphine Chédru, compartecipano a creare un’atmosfera coerente e suggestiva. L’abilità narrativa di Bernard (laddove per narrazione si intende l’innesto di parole e immagini) sta nella continua evoluzione: il corpo di Amédée muta ad ogni vignetta, scandendo l’inesorabile scorrere del tempo e iconizzando la relatività dell’eterno: tutto ciò che succede intorno a lui è effimero, morte e amore, sconfitta e vendetta (che Amédée non vorrà godere in prima persona). Amédée è tutti gli uomini, con le loro passioni e illusioni, manie di grandezza e travisamenti del concetto di superomismo, disillusioni e patetismi. E l’albero che porta sul cranio è tanto un parassita (Bernard ebbe l’idea in seguito a un incubo collegato a un amico ammalato di cancro) quanto una benedizione. Diversi livelli metaforici si intrecciano e con essi le possibilità di lettura, annebbiando il concetto di verità e dando alla diceria la dignità propria della Storia. Bernard, che prima di entrare all’Accademia delle Belle Arti di Beaune ha fatto il muratore, era già stato pubblicato in Italia da La Margherita e da Città Aperta con libri per bambini. Tanto di cappello a Tunué per la scelta di arricchire il proprio splendido catalogo con un graphic novel che, se non brilla per raffinatezza estetica, ha la potenza di un’antica leggenda cinese. Consigliato a chi ama le storie senza tempo.