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L’uomo che parlava alle vigne

L’uomo che parlava alle vigne

Oslavia è un piccolo borghetto fatto di un pugno di case tra le colline friulane del Collio. Zona di confine, non ha mai potuto godere di quella serenità che i pochi abitanti sognerebbero. Non italiani, non austriaci, ma slavi originari dei Balcani, quella povera gente è abituata a ricevere l’invasore e a subirlo. Stavolta la guerra è mondiale, tutti contro tutti e le colline di Oslavia diventeranno un tiro a segno tra italiani e austriaci. Jozef Lulic non solo coltiva le sue viti e produce un vino eccellente, ma con i tralci ci parla, suona per loro la fisarmonica. Ciascuna vite ha un nome, così come un carattere particolare. Vesna la Ribolla Gialla, che è la più antica, Isabelle il Pinot Grigio, Géraldine il Merlot e Bojana il Pignolo, fremono e ascoltano le parole di Jozef:”Ora vi poto fino alle radici e poi sparite sotto terra. Ci si rivede quando la guerra sarà finita.” Così l’uomo parte, assieme alla giovane moglie Anja e al piccolo Gasper e si rifugia in Stiria a coltivare Traminer. Ma, finita la Grande Guerra, la pace non durerà molto. Un’altra già bussa alle porte del borgo e l’osteria, che la famiglia Lulic ha aperto per vendere il vino di Jozef, così buono che persino un marchese arriverà dalla Francia per assaggiarlo, diventerà il bersaglio dei giovani fascisti. Ma il vino è anche una sorgente, elemento sacrale da benedire. Il vino, così crede don Italo, è il sangue di Dio perciò è un’arte che va imparata da chi lo sa fare. Gli anni passano, Jozef invecchia e sempre più si nasconde in cantina o tra i filari, restio a cambiare il suo modo di fare il vino, per imparare dai francesi così come vorrebbe suo figlio. La prole dell’ormai vecchio capostipite è destinata a viaggiare per il mondo in cerca della tecnica per fare il vino perfetto: Francia, California, Georgia, ma anche i preti saranno destinati ad andare via da Oslavia. Don Italo, spedito in Cile, assaggerà il calice amaro del regime dittatoriale di Pinochet, sognando, anche lui, di creare un vino che porti non solo la gioia ma anche la pace tra i popoli...

La famiglia Lulic è simile a un archetipo che racchiude in sé il significato di unione, condivisione, legame ancestrale con la terra da cui tutto ha origine: non solo il folklore e le tradizioni, ma anche l’essenza stessa del nostro esistere qui e ora. Il vino, in questo senso, è il nostro sangue, elemento liquido di unione con la madre generatrice da cui proveniamo e dove finiremo. L’epopea dei Lulic, che dalla Grande Guerra ci porta attraverso tutto il Ventesimo secolo, è dunque una sorta di miniatura di quella più grande dell’umanità, che considera sacre le proprie radici ma tende anche a sfuggire in cerca di qualche cosa di nuovo, diverso e tentatore. Riti antichi come la consultazione del pendolo, la lettura della corteccia degli alberi si mescolano alle tecniche sempre più moderne di conservazione del vino, fino ad arrivare alla stortura e all’eccesso di avidità che porterà alla produzione del vino in polvere. Lo scrittore napoletano Pierpaolo Palladino si immerge in un progetto dalla trama ambiziosa, perché dall’ampio respiro e complessa come un vitigno. Dal ceppo della famiglia Lulic si innalza il fusto che si fa tralcio e poi viticcio e foglia, fino al grappolo. Tanti elementi, tanti sapori e profumi che si mescolano e si rincorrono, di innestano tra loro. Progetto ambizioso, dunque, che sulla carta risulta affascinante per quella scelta di mescolare realismo magico e cronaca storica, magia con tecniche vitivinicole esistenti ma che paga pegno con un editing carente e un’impaginazione soprattutto dei dialoghi quantomeno discutibile, dove due voci diverse si trovano appiccicate senza soluzione di continuità, come se a parlare fosse la stessa persona. Un testo che avrebbe meritato maggior cura nella forma, perché l’attuale veste editoriale di bassa qualità purtroppo svilisce il contenuto dal buon potenziale e spesso e volentieri confonde il lettore.