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L’uomo che piantava gli alberi

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Alle soglie della Prima guerra mondiale, in alcune zone della Provenza ai piedi delle Alpi esistevano ancora territori disabitati, desolati, dove solo talvolta riusciva a fiorire la lavanda selvatica. In una di queste lande, uno scrittore passeggia con intento esplorativo. Gli è già capitato di non incontrare anima viva per intere giornate, soffrendo la sete ma non la solitudine. In queste circostanze, anche l’ombra di un uomo potrebbe sembrare, a prima vista, soltanto il tronco di un albero. E invece accade davvero: lo scrittore incontra un pastore. Riceve da lui del cibo, condividono l’acqua dalla borraccia e il tabacco. Mentre fuma, il pastore sparge sul tavolo delle ghiande, per separare le migliori. È un lavoro silenzioso, lento, accurato. Quando la cernita è conclusa, il pastore si sposta su un terreno accanto al pascolo delle sue pecore e, sempre con cura e lentezza, comincia a piantare cento ghiande che diventeranno, con la fortuna e senza imprevisti, cento querce. Si dedica a quel compito da tempo: “Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori, o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla”. Chi è quel pastore? E perché ha intrapreso quella missione?

Nel 1969 il fenomenale Philip Zimbardo, psicologo sociale a Stanford, ideò e mise in atto un esperimento. Lasciò due auto con il cofano aperto: una a New York, nel Bronx, e l’altra a Palo Alto, in California. In breve tempo, solo la prima vettura fu saccheggiata. Successivamente, le due auto furono lasciate negli stessi luoghi con in più un finestrino spaccato. Gli atti vandalici, questa volta, accaddero anche nella città californiana. Nacque da qui la “Teoria delle finestre rotte”: una condizione di degrado e abbandono e la sensazione che non esista la legge, che lo Stato non sia connesso alla comunità in qualunque contesto urbano incoraggiano la criminalità, la protesta violenta. In parole povere, ci si prende cura del bene comune solo se questo è tutelato come tale dalle istituzioni; altrimenti è campo libero per i vandali. Leggere la storia di Jean Giono è come osservare quell’esperimento sociale da un’altra angolazione. L’opera, autonoma e silenziosa, anonima, di rimboschimento del pastore francese contribuì a creare un ambiente salubre e rigoglioso laddove non cresceva più nulla, e ai bordi dei campi di battaglia. Ma “l’uomo che piantava gli alberi” è esistito davvero? Sebbene l’autore racconti realisticamente in prima persona, pare proprio di no. Si tratta di una favola, di una parabola che fin dalla sua prima edizione, nel 1953, ottenne un enorme, meritato, successo. Quando l’ambientalismo e la considerazione del bene comune non erano ancora all’ordine del giorno, lo scrittore francese - scomparso nel 1970 - riuscì a concepire un racconto capace di attraversare il tempo. Questa edizione (la cui lettura è consigliata dai 9 anni in su) è arricchita dalle illustrazioni di Simona Mulazzani: il suo tratto, a matita, in bianco e nero, ben rende l’armonia possibile tra uomo e natura e la necessità di valorizzare ogni gesto, solo apparentemente illogico o vano.