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L’uomo che sapeva la lingua dei serpenti

L’uomo che sapeva la lingua dei serpenti

Quando Leemet è nato, il padre ha imposto che fosse nutrito con minestra d’orzo, che riteneva una autentica prelibatezza. La loro famiglia è stata tra le ultime ad andare a vivere nel villaggio: la madre, che detestava anche solo l’idea di darsi al lavoro nei campi, e trovava quella stessa zuppa d’orzo semplicemente disgustosa, si era opposta - inutilmente, come detto - fino all’ultimo. In preda alla nostalgia aveva quindi preso a girovagare nel bosco, e lì aveva incontrato l’orso. Non era stata in grado di resistere al fascino del peloso e maldestro plantigrado - quale donna avrebbe mai potuto -, e in breve ne aveva fatto il suo amante. La tresca era andata avanti per un po’; fino a quando il padre aveva sorpreso la bestia nel suo letto. Se l’uomo si fosse ricordato in quel momento della lingua dei serpenti, avrebbe risolto la questione in un attimo: qualche parolina, e l’orso si sarebbe dileguato per sempre. Invece si era limitato a borbottare qualcosa in tedesco, la lingua parlata dagli uomini che poco tempo prima erano giunti con i loro vestiti di ferro sulle navi, e avevano iniziato a coltivare la terra, cambiando così tutto il loro mondo. L’orso, spaventato da quella lingua sconosciuta, gli aveva staccato la testa con una zampata. Poi, pentitosi del gesto, si era evirato ed era fuggito via…

“È strano che la lingua dei serpenti sia caduta nell’oblio e che invece sopravviva la superstizione degli spiriti. La stupidità è più forte della saggezza. L’idiozia è coriacea come una radice conficcata nella terra un tempo calcata dagli uomini. La foresta si moltiplica, nel villaggio nascono sempre più persone; e io sono l’ultimo uomo a sapere la lingua dei serpenti”. Andrus Kivirähk, estone, classe 1970, è giornalista, autore di libri per l’infanzia, drammaturgo, sceneggiatore. L’uomo che sapeva la lingua dei serpenti (Mees, kes teadis ussisõnu in originale) si è aggiudicato nel 2014 in Francia il prestigioso Grand Prix de l’Imaginaire, come miglior opera fantastica scritta in lingua straniera. Pubblicato nel 2007, ambientato in un medioevo fantastico, il romanzo rielabora in chiave fantasy la conquista dei territori dell’Estonia in quella che è storicamente ricordata come “crociata livoniana”, la serie di guerre intraprese tra il XII e il XIII secolo da parte dei Re cattolici di Danimarca e di Svezia per assoggettare le ultime tribù pagane del Nord Europa. A raccontare la storia è il protagonista, il giovane Lemeet, per tutta la vita a cavallo di due mondi: quello al tramonto, popolato da uomini che vestono pelli d’animale, che evocano gli spiriti della foresta, che parlano la lingua dei serpenti con cui soggiogano le bestie, e quello nuovo, del progresso portato dai soldati e dei religiosi, colonizzatori imbevuti di insegnamenti e di ben altre superstizioni rispetto a quelle dei pagani del bosco, che non tengono conto dell’ordine naturale, dei cicli della vita e della morte, dell’equilibrio fragile tra gli esseri viventi. La narrazione è spesso grottesca, punteggiata da umorismo nero con qualche virata verso il macabro, a tratti appesantita da dialoghi prolissi e da una scrittura ipertrofica che avrebbe meritato interventi più decisi in fase di editing.