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L’uomo che voleva essere colpevole

L’uomo che voleva essere colpevole

In una Copenaghen che ha portato al limite estremo il concetto di socialismo, Torben vive un’esistenza a metà poiché nonostante lavori presso l’istituto Statale - che ha come obiettivo quello di semplificare la lingua ed eliminare concetti individualistici a favore di quelli collettivi - e nonostante sembri perfettamente integrato nella realtà dei supercondomini grigi e cementificati dove la natura è completamente morta a favore di piccoli bonsai da appartamento, in realtà, detesta fortemente quella vita anonima il cui unico diversivo è rappresentato dagli esercizi AA (anti-aggressività) tenuti dagli assistenti che tutto vedono e che possiedono anche le chiavi di casa sua. Torben riesce a mantenere l’autocontrollo solamente perché sua moglie Edith è vicina a lui nel disprezzare questo mondo che dovrà portare, come ripetono ossessivamente assistenti e psichiatri, all’uomo nuovo ma, una sera, si renderà conto che le maglie del nuovo sistema hanno coinvolto anche la moglie che non è più una combattente votata alla ribellione ma una vittima che si è adeguata alle nuove norme e, anzi, ne è addirittura entusiasta. Quella sera sarà fatale: complice qualche bicchiere di troppo, Torben picchia Edith fino ad ucciderla di fronte al figlioletto Jesper. Trasportato per qualche giorno in un ospedale psichiatrico, Torben si troverà, dopo poco, completamente reintegrato nella società che non ammette “colpevolezza” ma solo “azioni dovute alle circostanze”. Reintegrato, certo, ma allontanato da suo figlio per sempre poiché “squilibrato”. Torben, così, si ritroverà a doversi battere per dimostrare la propria colpa mentre tutti intorno a lui continueranno a parlare solo di un incidente, arrivando persino ad affermare che Edith sia caduta da sola sbattendo la testa...

Potrebbe venire in mente Orwell ad una prima occhiata dell’opera di Henrik Stangerup: il clima opprimente è il medesimo dei suoi romanzi più noti, l’attività di depurazione della lingua assomiglia molto al newspeak, gli esercizi AA fanno pensare ai minuti d’odio di 1984 ma c’è qualcosa di fondamentalmente diverso poiché in Orwell si tratta di distopia elevata all’ennesima potenza volta all’eliminazione di elementi sovversivi, ne L’uomo che voleva essere colpevole, invece, prevale una sorta di esagerazione di una realtà già in atto in Danimarca, dove si è sempre cercato di favorire l’eufemismo, il risvolto positivo e dove, praticamente, le pene e le colpevolizzazioni sono ridotte al minimo in favore della serenità e del buon vivere comunitario. Il romanzo non è recente, la prima edizione è datata 1973 ma, nonostante ciò, appare molto attuale in riferimento alla società dei paesi nordici: Torben rappresenta il malessere di coloro che vivono in una realtà che non ammette crimini ma solo incidenti ed errori e il suo battersi per dimostrarsi colpevole e, perciò, condannabile, si scontra con l’inevitabile conformismo e con l’ipocrisia statale. È un viaggio all’inferno quello di Torben: omicida della moglie, allontanato da suo figlio, sottratto alle sue responsabilità di uomo colpevole, non potrà mai redimersi in quanto non riceverà mai condanna. Se ci pensiamo bene la filosofia che consegue una condanna è corretta: hai commesso un atto sbagliato, pagherai e, poi, sarai libero, potrai riabbracciare i tuoi affetti, ricostruire relazioni, rifondare una vita scevra da sensi di colpa; per Torben, invece, non sarà mai così, senza condanna, senza nulla da pagare sarà per sempre allontanato dal figlio Jesper, non avrà nemmeno una tomba su cui piangere la moglie Edith e questa, forse, è una condanna ancora più dura da sopportare. Lo stile di Stangerup nel raccontare questa storia è, a tratti, crudo e duro e, a tratti, poetico: da lettori, ci riusciamo a perdere nelle considerazioni e nei sogni di Torben che ricorda il passato da sessantottino accanto ad Edith, i giorni da scrittore di romanzi innovativi che gli permettevano di vivere una vita agiata con poco dispendio di energia, l’infanzia con mamma e papà quando la vita era ancora libera ed ebbra di natura, di alberi gemmati e di bei tramonti sul mare. Ci appassioniamo alla storia di Torben proprio perché a poco a poco scopriamo il suo passato di ribelle e anche le piccole crudeltà commesse durante l’infanzia: la volontà di redimersi per il delitto della moglie diviene , a poco a poco, una volontà totalizzante di poter cancellare tutti i torti commessi dalla culla all’età adulta. Torben non è un personaggio facile: è un assassino eppure non si può esimersi dal simpatizzare con le sue lotte e con le sue fragilità; la lettura delle sue gesta ci appassiona e ci trasporta, pagina dopo pagina, fino al triste epilogo finale. L’uomo che voleva essere colpevole diventa così un romanzo di denuncia, di una realtà troppo idilliaca che ha dimenticato l’individualismo innato nell’essere umano e che lascia in noi lettori un senso di impotenza terribile, un’angoscia palpabile che ci accompagna anche molto dopo la parola fine della storia.