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L’uomo del Bogart Hotel

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Lungariva, 2 agosto. Berté nuota, una bracciata dopo l’altra, nel piccolo golfo di Paraggi. Vive da tempo da quelle parti ma, fino ad ora, di bagni ne ha fatti pochi. Quel luogo, che per molti è un’ambita meta di vacanza, per lui è esclusivamente lavoro e, contrariamente a quanto si era aspettato appena arrivato, di crimini ne ha dovuti affrontare parecchi. Però un bagno ogni tanto potrà pur farlo, no? D’altra parte vive al mare, accidenti! La sua pelle scura, da uomo del sud, gradisce il brivido delle onde e i capelli brizzolati, raccolti come al solito in una coda, fluttuano come fossero alghe. La Marzia lo aspetta a riva, in compagnia di Bernardo che non ne vuole proprio sapere di buttarsi in acqua, ma continua ad abbaiare per metterlo in guardia sui vari pericoli del mare. D’altra parte, per un San Bernardo – razza montanara per antonomasia – quell’infinita massa d’acqua in movimento è decisamente inquietante. Al termine della nuotata rinfrancante, Berté scambia qualche parola con Marzia, che poi è costretta a salutarlo e a rientrare al lavoro. Il vicequestore, invece, si attarda qualche minuto ancora con Bernardo, per godere del tepore dei raggi del sole. Un paio d’ore dopo, si trova al Commissariato. Il caldo gli affloscia i capelli, il corpo e pure i pensieri. Ma non se lo può affatto permettere. Il questore Trani, al telefono, lo invita infatti a recarsi appena possibile a Genova. Un morto è stato trovato al Bogart Hotel e non si ha la più pallida idea di quali siano le sue generalità. Si tratta di una brutta rogna e Trani è stufo delle illazioni scritte sui giornali. Perciò ha già chiesto e ottenuto l’autorizzazione dal PM, il dottor Trevisan. Un ispettore della Mobile, che ha già in mano il caso, lo affiancherà, ma è assolutamente necessario che Berté non perda tempo, che si rechi quanto prima al Bogart Hotel e che trovi il bandolo di una matassa che è parecchio intricata…

Gigi Berté, vicequestore milanese di origine calabrese ma di stanza in una località del Tigullio frequentata dai turisti, vive la sua quattordicesima avventura spostandosi a Genova. È stato infatti chiamato nel capoluogo ligure, da un superiore, per cercare di fare luce su una questione piuttosto spinosa. In un equivoco e piuttosto vecchio hotel della città un uomo è stato ucciso. Non è possibile risalire alla sua identità, in quanto l’uomo non ha documenti e il suo volto è stato sfigurato. Che si tratti di un “invisibile”, una di quelle persone che paiono fantasmi e la cui assenza o presenza è del tutto irrilevante per il resto della comunità? Può essere, ma per fortuna Gigi Berté non la pensa così: non esistono cadaveri eccelsi o, al contrario, di serie B. Ogni morte merita dignità ed è suo compito principale trovare un nome all’uomo del Bogart Hotel, oltre che il responsabile della sua morte. La professionalità e l’intuito di Berté sono, come al solito, gli strumenti che gli permetteranno di far luce su una situazione piuttosto ingarbugliata e ulteriormente complicata dal fatto che non è possibile risalire neppure all’identità della giovane bruna che, dopo essersi intrattenuta con la vittima nella camera dell’hotel, si è poi volatilizzata. Elena e Michela Martignoni – autrici che si nascondono dietro al nickname Emilio Martini – raccontano la nuova vicenda del vicequestore rinunciando a essere una voce fuori campo che ne mostra le prodezze, ma dandogli direttamente la parola. Si tratta infatti del primo romanzo della serie scritto in prima persona. Scelta azzeccatissima, che, insieme a una scrittura come al solito elegante e capace di complicare la trama al punto giusto, conferisce maggior spessore a un personaggio davvero riuscito, in grado di guadagnare, a ogni episodio, un favore sempre maggiore da parte dei lettori.