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L’uomo del porto

L’uomo del porto

Mattia rallenta davanti alla fontana dell’Amenano - unico punto in cui l’acqua dell’omonimo fiume emerge in superficie, prima di ributtarsi nelle viscere della terra - e, risalendone idealmente il suo corso, arriva dritto dritto al suo luogo di lavoro, il locale nel quale è impegnato come cameriere e dal quale la sera precedente è uscito prima del solito, rimandandone al giorno successivo le pulizie. Ecco perché ora si trova già lì, nonostante sia piuttosto presto. La piazzetta davanti all’entrata è deserta, come è normale che sia a quell’ora. La porta accanto, invece è socchiusa e poco dopo ne esce Elettra, una dei due responsabili del locale, che sta per andarsene a casa. Mentre scambiano due chiacchiere prima di salutarsi, Elettra si rende conto che la porta che conduce alla saletta più suggestiva della struttura, non è chiusa. Insospettita, segue Mattia lungo i gradini che collegano la saletta alla grotta vera e propria, quella in cui scorre l’Alemano e nella quale sono stati sistemati solo tre tavolini. Lo strano tanfo, dolciastro, è amplificato dall’aria umida e rarefatta. Mattia accende le luci e quel che i due ragazzi mettono a fuoco è uno spettacolo che difficilmente potranno dimenticare. Il vicequestore Vanina Guarrasi, da qualche giorno, non dorme tranquilla. I suoi sonni sono popolati da tutti i sogni che non ha fatto negli ultimi trentanove anni di vita. Quasi sempre il protagonista è il padre, l’ispettore Giovanni Guarrasi, e ogni volta Vanina è costretta a rivederlo disteso sul marciapiede, con il corpo crivellato dai proiettili. Ecco perché spesso abbandona il letto, con il cuore a mille, ancor prima che la sveglia suoni. Negli ultimi tempi, poi, non riesce a vivere in tranquillità neppure il momento del caffè, perché sovente, spostando la tenda che è davanti alla finestra che dà sull’agrumeto, si ritrova faccia a faccia con l’agente Lo Faro, suo collega della questura ed elemento della scorta che le è stata assegnata da quando un proiettile ritrovato sul tavolo di casa sua è stato interpretato dal suo dirigente Tito Macchia, Grande Capo della Mobile di Catania, come una minaccia di morte...

Che bel personaggio è Giovanna Guarrasi, per tutti Vanina, vicequestore palermitano, di stanza da qualche tempo a Catania, giunta alla sua quarta avventura! Vanina - frutto della fervida fantasia di Cristina Cassar Scalia, originaria di Noto e residente nella città del Liotru (l’elefante simbolo di Catania), medico oftalmologo con la passione per la scrittura - è una ventata d’aria fresca in una giornata afosa, è una bibita ghiacciata che allevia la sete e la calura, è una gioia per chi la legge e non può fare a meno che appassionarsi alle vicende che la riguardano. Seguire Vanina, il suo entusiasmo, la sua fatica nell’adeguarsi alle gerarchie e il suo piglio deciso, a volte anche un po’ sfrontato - da “testa caura”, insomma, come si dice ai piedi dell’Etna - è un sollievo. Sì, perché il vicequestore Guarrasi, figlia di un servitore dello Stato caduto per mano della mafia quando la figlia era ancora una bambina, ricerca la verità ad ogni costo, rifugge le apparenze e non si lascia abbindolare dai pregiudizi o dai falsi moralismi. È una professionista tutta d’un pezzo, spinta da un entusiasmo genuino, quello che nasce quando si ama davvero la propria professione e si crede fino in fondo nella propria missione. Libera e indipendente, Vanina deve far luce su una faccenda piuttosto contorta, legata alla morte di un professore di filosofia di un noto liceo classico della città, un tipo solitario e molto apprezzato dai suoi studenti, un uomo apparentemente tranquillo il cui passato, tuttavia, nasconde parecchie ombre. L’indagine, complicata dal fatto che il vicequestore Guarrasi è stato posto negli ultimi tempi sotto scorta - a causa di una minaccia di morte che pare provenire dalla mafia palermitana - non è semplice, anche perché i limiti imposti dal fatto di esser guardata a vista sembrano vere e proprie catene per Vanina, abituata a operare sul campo e a metterci la faccia, sempre e comunque. Per fortuna può contare sulla sua squadra e sul vecchio commissario Patanè - altra figura fantastica che si contende con la protagonista il podio nel cuore dei lettori. Non a caso il valore dell’amicizia è uno dei perni intorno a cui ruota l’intera vicenda e Vanina, pur con i suoi timori e i suoi spigoli affilati, è riuscita a creare con il suo gruppo di lavoro un legame profondo, di assoluta condivisione ed empatia; un legame che nasce dall’affetto reciproco, prima che dal condiviso senso del dovere. La Cassar Scalia - che Severino Colombo, sul “Corriere della Sera”, ha definito “la migliore scrittrice di storie di poliziotte in circolazione” - con una scrittura vivace e sciolta, capace di indulgere in espressioni dialettali senza affaticare l’intero impianto narrativo, riesce a regalare pagine estremamente godibili, sapendo di poter contare anche sul fascino indiscusso di un altro protagonista forte del romanzo: la Sicilia - i suoi colori, odori e sapori escono con prepotenza dalla pagina, incantano e inebriano il lettore - terra di meraviglie ove tutto è possibile e in cui la malvagità umana è mitigata dalla magia del panorama. Quando si giunge all’ultima pagina della storia, Vanina Guarrasi manca già e l’unica consolazione diventa sperare che una nuova avventura sia già dietro l’angolo, ad attenderci.