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L’uomo della dinamite

L’uomo della dinamite

Giugno 1911. Oskar Johansson ha 23 anni. Escluso il manovale, che di anni ne ha 14, è l’operaio più giovane nella squadra di brillatori impegnata a scavare tunnel ferroviari. Sembra un sabato pomeriggio come tanti altri. Fa caldo, la carica esplosiva ha fatto cilecca, e Norström, il caposquadra – per tutti “il Flagello dei Lavoratori” –, sta iniziando a dare in escandescenze, innervosito da quella situazione dagli esiti imprevedibili e dai possibili ritardi sulla tabella di marcia. Tocca a Oskar – che ha preparato l’esplosivo, e dunque ne è responsabile – andare a verificare cosa è accaduto. Mentre si appresta a sfilare la miccia, l’incubo si materializza: la deflagrazione a distanza ravvicinata brucia i suoi capelli biondi, gli porta via l’occhio sinistro e la mano destra, recidendola di netto all’altezza del polso (verrà ritrovata dopo alcuni giorni in un cespuglio di tarassaco, a settanta metri dal luogo dell’esplosione, proprio dal manovale). Una seconda scheggia quasi gli recide il pene e gli danneggia un rene e la vescica. I compagni, sconvolti, accorrono: Oskar è ancora vivo. Lo caricano su una carriola, e così attraversano la città per trasportarlo all’ospedale. Le sue condizioni appaiono disperate. Eppure sopravvive. Tornerà a fare il brillatore. Si sposerà. Avrà dei figli, diventerà nonno. E svilupperà una profonda coscienza politica…

“Migliaia di visi. / Milioni di denti bianchi. / El pueblo te defiende… / Il popolo ti difende! La rivoluzione. Genere femminile. La donna che partorisce l’avvenire. Il viso di Oskar in mezzo a quelli degli altri. Oskar è sdraiato sul letto, nella sua sauna. Fa freddo. È solo, sulla sua isola. E sogna la sua rivoluzione. Il sogno più importante. Quello ricorrente...”. Henning Mankell, l’autore svedese più tradotto al mondo dopo Stieg Larsson, è stato uno scrittore poliedrico e prolifico – qui lo Speciale che Mangialibri gli ha dedicato nel 2015 in occasione della sua scomparsa. Regista, sceneggiatore, attivista politico, ha raggiunto il successo internazionale con la saga dedicata al personaggio di Kurt Wallander, ispettore di polizia a cui hanno prestato il volto l’attore svedese Rolf Lassgård e, successivamente, il più noto Kenneth Branagh. L’uomo della dinamite ne ha segnato l’esordio letterario: nel 1973 Mankell aveva 25 anni, e divideva il suo tempo tra la scrittura su una “inaffidabile macchina da scrivere con i tasti norvegesi” in un appartamento pieno di spifferi a Oslo, e l’esterno dell’ambasciata americana, ove si univa ai manifestanti che protestavano per la guerra del Vietnam. Mankell ha vissuto il ruolo di scrittore alla luce di un impegno politico costante, e la propria militanza come lotta a viso aperto alle disuguaglianze e alle ingiustizie, assumendo posizioni nette nei confronti di questioni come l’apartheid in Sudafrica, il conflitto israeliano-palestinese, la chiusura dei porti dell’Europa ai migranti, la crisi del modello socialdemocratico scandinavo. In questa prospettiva, L’uomo della dinamite è molto più di un testo coinvolgente, in cui poter ritrovare in controluce la filigrana preziosa dell’amore per la poesia, e l’impronta della scrittura per il teatro: è una sorta di manifesto programmatico, attraverso le cui pagine emerge una lucida e malinconica analisi della evoluzione della società svedese e delle dinamiche che porteranno al crollo dell’utopia socialista (“La cosa più vergognosa che hanno fatto i socialdemocratici è aver trasformato il socialismo in una specie di organizzazione di funzionari inutili, che si riempiono le tasche sulle spalle dei lavoratori”), anticipatore di una intera esistenza, non solo letteraria.