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L’uomo della pioggia

L’uomo della pioggia

Martina fa ritorno, dopo dodici anni di assenza e una vita nuova da giornalista, in un paese dove non sembra essere cambiato nulla, per rivedere di nuovo Amalia. Il suo arrivo coincide con l’anacronistica ordinanza del sindaco che impone ai cittadini di restituire tutti i libri in loro possesso entro tre giorni, fatta eccezione per i testi scolastici. Gli scrittori, i poeti, i librai che produrranno libri, poesie, o le venderanno, saranno severamente puniti. La causa di tutto sembra essere l’arrivo in paese di una misteriosa automobile nera e la convinzione del sindaco che i libri abbiano fatto più male che bene. “Molti suicidi si sono verificati in seguito a cattive letture, come l’osceno Romeo e Giulietta o l’ancor peggiore Werther. Guardi la Bovary di Flaubert. Quante ragazzine crede che abbiano letto quello sconcio romanzetto senza tentare di togliersi la vita?” Molti in paese la pensano come il sindaco, ma c’è chi, come lo scrittore Renato Farina, Martina e Amalia scelgono di ribellarsi... L’uomo cammina per il bosco in cerca di legna. Vive solo, in una casa di tronchi, e questo è il tempo in cui non ha ancora bisogno di nulla. I libri, i suoi quaderni e un piatto caldo sono tutto quello che gli serve. L’aria è siberiana, il bosco risuona dei canti degli uccelli. Nel fare ritorno a casa, l’uomo incontra quello che ha tutta l’aria di essere un cacciatore e che lo invita a bere nella sua baracca. Più il tempo passa e più l’incontro si trasforma in una visione che sa di incendi, fantasmi e ruderi anneriti...

Ventuno racconti come ventuno grammi, ovvero il peso dell’anima quando abbandona un corpo. Forse una coincidenza o forse, come racconta Gianluca Serioli nella prefazione alla raccolta, “questo libro è un brodo caldo per l’anima, leggerlo mi ha fatto bene”. Lo stesso Serioli paragona questi racconti al soffione, o Dente di leone, il fiore che cresce ovunque e che comunemente rappresenta la forza, la speranza e la fiducia. Insomma, simboli che vorrebbero descrivere questi racconti come sintesi delle vite più svariate, dove per vita si intende l’intero ciclo di nascita morte e, a volte, rinascita in una nuova esistenza. Persino un pelucco di polvere, depositato sopra una macchina da scrivere, contiene in sé una vita e con essa un’anima. Ma è forse proprio quest’ultima a mancare nelle storie che Lorenzo Gabanizza, musicista e scrittore veronese, ci propone. Piccoli refusi ed errori di battitura a parte, si sente il bisogno di più spessore, perché i racconti, si sa, sono bestie strane che devono colpire come il pugno di un pugile e poi scomparire e poi di nuovo colpire. Non bastano le buone intenzioni o le buone idee, ci vuole quella goccia di droga che fa sballare il lettore, lasciandolo di stucco nel breve tempo della lettura. Composta da frammenti brevissimi, eccezione fatta per I colpevoli, che da solo vale un terzo dell’intera raccolta, l’opera di Lorenzo Gabanizza si chiude con una favola moderna per ragazzini, nella quale proprio quell’uomo della pioggia scelto come titolo racconta del bullismo tra adolescenti e che in quel: “mai mi ero creduto superiore a loro, semmai mi ritenevo inferiore perché loro erano grandi e grossi (..). Mentre io ero un bruscolo con la vocina quasi in falsetto e la testa perennemente tra le nuvole” sintetizza l’eterno conflitto tra la paura di mostrare ciò che si è e il coraggio di condividerlo con gli altri, rischiando l’emarginazione o, peggio, la violenza.