Novembre 1884. Nella strada di fronte al London Hospital c’è una fila di piccoli negozi. Uno di questi, che ha ospitato fino a qualche tempo prima un fruttivendolo, presenta la facciata coperta da un telo che lascia libera solo la porta d’ingresso. Sul telo è dipinta una immagine che sembra uscita da un incubo: rappresenta un uomo con le fattezze di un elefante, la cui trasformazione però appare essersi interrotta nelle fasi iniziali. L’ingresso per contemplare l’Uomo Elefante, è scritto sul telo, costa due penny. Il dottor Treves, che al London Hospital ci lavora, ha notato il telo e ha chiesto qualche informazione in giro: un ragazzo ha rintracciato rapidamente in un pub nei dintorni il proprietario, che, per uno scellino, ha acconsentito a far fare al medico una visita privata. In fondo alla stanza fredda e umida c’è una tovaglia rossa appesa a degli anelli; quando viene scostata, svela una figura sotto una coperta scura, a celargli la testa e la schiena, rannicchiata su una stuoia. Quando l’impresario urla a quella creatura di alzarsi, e la coperta cade, Treves si trova davanti l’essere umano più deforme che abbia mai visto. L’immagine del telo aveva suggerito alla sua immaginazione la figura di un gigante. L’uomo che gli sta di fronte invece è minuto di corporatura e più basso della media. È la sua testa a colpire di più il clinico: enorme, con poche ciocche di capelli e una grande massa ossea che sembra originare dalla fronte, che copre quasi completamente un occhio; una sacca di epidermide a forma di cavolfiore che pende dalla nuca; dal torace e dalla schiena spuntano escrescenze carnee simili a quella della nuca. Sono deformi anche l’arto superiore destro e gli arti inferiori, mentre appare perfetto l’arto superiore sinistro. Ha una zoppia permanente, deve camminare usando un bastone. Emana un odore nauseabondo. L’impresario gli rivela che l’Uomo Elefante si chiama in realtà John Merrick, e ha 21 anni. Treves decide di portarlo in ospedale, di sottoporlo a una visita completa, e di parlare del suo caso durante una delle letture di Anatomia che regolarmente tiene al Medical College. Ma come può far arrivare Merrick in ospedale senza che una folla gli si raduni intorno, o che la polizia lo fermi? Semplice: l’uomo, per nascondere il suo aspetto, ricorre ad un inquietante costume: una lunghissima cappa nera, forse un abito di scena, un cappuccio, sempre nero, con cui copre il volto, che ricorda un berretto da marinaio. A causa delle escrescenze e della deformità della bocca, è difficile comprendere quel che Merrick dice. Il dottore, sulle prime, si è fatto l’idea che quell’essere umano, che ha vissuto la sua esistenza, fino a quel momento, come fenomeno da baraccone, fosse mentalmente sottosviluppato. Forse, più che un’idea, la sua era speranza: che una mente debole avesse tenuto celata all’Uomo Elefante l’orribile realtà della sua condizione. Nulla di più lontano dalla verità: come il medico scoprirà in breve tempo, Merrick ha una vivace intelligenza, una spiccata sensibilità e un animo incline a fantasie sentimentali. Treves dà a Merrick il suo biglietto da visita e organizza la visita in ospedale; poi ne perde le tracce: la polizia, messa al corrente dello spettacolo, ha infatti obbligato l’impresario a chiudere l’esibizione. Il dottor Treves non può immaginare che quel biglietto da visita consegnato a Merrick sta per rivelarsi di enorme importanza…

“La cosa che lo spaventava di più era rimanere allo scoperto, esposto allo sguardo dei suoi simili”. Frederick Treves, medico e chirurgo britannico, nasce a Dorchester nel 1853, si forma presso il prestigioso London Hospital, nella cui scuola di medicina diventa celebre come lettore di anatomia. Medico militare nel corso delle guerre anglo-boere, racconta la sua esperienza sul campo nel 1900 in The Tale of a Field Hospital, anno in cui viene nominato chirurgo della regina Vittoria. Si dedica per anni allo studio della patologia che oggi chiamiamo appendicite, e che lui definisce peritiflite, descrivendo l’infiammazione che coinvolge l’intestino cieco, di cui l’appendice è propaggine. La pratica chirurgica e la conoscenza della malattia gli consentono di drenare un ascesso appendicolare alla vigilia dell’incoronazione a re Edoardo VII. Eppure, non è il contributo alla scienza chirurgica a dare a Treves la fama. Nel 1923, poco prima della morte, avvenuta a Losanna, ove si è nel frattempo trasferito con la famiglia, Treves pubblica The Elephant Man and Other Reminiscences. Ma chi è l’Uomo Elefante? Anche se Treves lo chiama John nel suo racconto, il suo vero nome è Joseph Carey Merrick, è nato nel 1862 a Leicester, ed è un uomo affetto da una rara condizione clinica che ne deturpa il corpo e il volto. Treves lo mostra alla Pathological Society e ne descrive il caso sul “British Medical Journal” nel 1884. Merrick è venuto al mondo sano, i sintomi della malattia hanno iniziato a manifestarsi nel corso dell’infanzia. Nel 1909 verrà suggerito che Merrick fosse affetto da neurofibromatosi; l’ipotesi diagnostica sarà confutata nel 1986 (https://www.bmj.com/content/293/6548/683), attribuendo ad una forma aggressiva di Sindrome di Proteo - in riferimento al dio greco in grado di mutare il proprio aspetto fisico - la condizione patologica dell’Uomo Elefante: una mutazione genetica ad insorgenza spontanea, somatica - non trasmessa dai genitori, non trasmissibile ad una eventuale prole - in grado di provocare una crescita incontrollata e disarmonica della pelle, delle ossa, dei vasi, assieme all’insorgenza di tumori. Nel suo approfondito saggio Freaks - Miti e immagini dell’Io segreto (Il Saggiatore ed.), opera del 1978 che affronta in modo sistematico l’argomento, il critico Leslie Fiedler, oltre a definire Treves “il solo medico che sia mai riuscito a trarre prosa convincente dal mito dello scienziato amico del freak”, scrive: “i livelli più arcaici della nostra mente fanno pensare che queste creature non soltanto non siano dei brutti scherzi, né tanto meno dei prodotti di casuali alterazioni chimiche dei nostri geni, come ci hanno recentemente convinto a credere, ma dei segni premonitori - come suggerisce la più antica parola usata in inglese per definirli. Monster (mostro) è antico quanto la lingua stessa, ed è stato il nome con il quale si sono più spesso indicati i freaks dai tempi di Chaucer a quelli di Shakespeare e oltre. L’etimologia della parola è oscura, ma derivi essa da moneo, ammonisco, o da monstro, esibisco, il significato non cambia: le anormalità umane non derivano da un capriccio della natura, ma dal disegno della Provvidenza […] L’autentico freak suscita […] sia un terrore soprannaturale sia una naturale simpatia, perché, a differenza dei mostri mitologici, è uno di noi, un figlio umano di genitori umani, trasformato però da forze che noi non comprendiamo bene in qualcosa di mitico e di misterioso”. Se oggi appare difficile anche solo immaginare l’utilizzo di esseri umani affetti da rare anomalie fisiche e difformità come attrazioni da circo o da luna park, negli anni sessanta del secolo scorso erano ancora settantacinque milioni gli americani che frequentavano i freak shows, scrive sempre Fiedler, portandoci a riflettere su quali abissi possa spalancarsi l’animo umano, e quale sia il reale gioco di proiezioni nascosto dalla morbosa attenzione conferita alle più devastanti deformità e alla mostruosità dell’Altro. L’Uomo Elefante narra, nel corso di poche decine di pagine, di un incontro, di una inaspettata amicizia, della possibilità di superare i ruoli stabiliti. Da un lato espone la crudeltà di coloro che brutalmente si accaniscono, con i mormorii disgustati e lo sguardo impudico, su un essere privo di colpe, segnato da una sorte terribile fin dalla più tenera età; ma parla anche di empatia, della capacità di guardare oltre l’apparente, di vedere e riconoscere la radice più profonda dell’umanità nell’Altro. Sebbene nel testo si avverta inevitabilmente l’atmosfera moralistica dell’epoca vittoriana, quella di Joseph Merrick resta soprattutto una storia di dignità restituita, e di cura: non del corpo (ancora oggi non esiste terapia per la Sindrome di Proteo); di quella cura che concede a chi la pratica di scoprire l’essenza di un essere umano, e di permettere a quello stesso uomo di uscire dal recinto dei mostri da baraccone, di vedersi, oltre la maschera della malattia, forse davvero per la prima volta, e di trovare un posto nel mondo. Di sicuro interesse l’approfondimento intitolato Dialettica del mostro dedicato al libro - e in generale alla parola “mostro” - disponibile sul podcast Adelphi “Vedere voci” (https://www.adelphi.it/podcast). Per chi non l’avesse ancora visto, inevitabile il consiglio di recuperare The Elephant Man, film ispirato al racconto di Treves, ideato e girato nel 1980 da David Lynch, con John Hurt (indimenticabile Mr Ollivander nella saga cinematografica dedicata a Harry Potter) a interpretare Merrick, ruolo che gli è valso un BAFTA come miglior attore protagonista, e Anthony Hopkins nei panni di Frederick Treves.