Si chiama Emilia, ma tutti la chiamano Ema, o Emi. Solo sua madre la chiama Ma. Lavora in radio, e sta cercando di nascondere a tutti lo strazio che prova: sono passate solo un paio di settimane da quando Marco, suo marito, le ha raccontato di una sua collega che aveva appena lasciato il marito dopo cinque anni di matrimonio, dicendole quanto questo gli sembrasse assurdo, e solo pochi giorni da quando lui le ha candidamente confessato di volerla lasciare, proprio per quella collega. Ema scorre il programma della trasmissione mattutina: deve intervistare Hana, un’addestratrice di cani guida per non vedenti, anche lei cieca, che si presenta con Hugo, il suo cane guida, un golden retriever color crema. Hana, per ovvi motivi, non si accorge che Hugo, ritto sulle zampe posteriori, passa tutta la trasmissione a strusciarsi sulla gamba di Emilia, nonostante i vani tentativi della donna di scrollarselo di dosso. Alla fine dell’intervista, Hana finisce col dare ad Ema l’indirizzo della struttura che, oltre al centro di addestramento in cui lei lavora, ospita un rifugio per cani, cercando di spingerla a offrirsi per dare una mano ai volontari. Ema inizialmente rifiuta, ma poi comincia a frequentare il rifugio. Vi si reca all’inizio ogni sabato, poi comincia ad andarci anche la domenica, tanto non sa che fare a casa, e finisce con l’andarci ogni giorno, prima di andare al lavoro. Le danno sempre uno dei cani più facili da gestire, forse - pensa lei - sperando che prima o poi lei decida di adottarlo. Una lettera da sua nonna Adina le ricorda che è la stagione delle prugne: Ema ritorna con la mente alla sua infanzia, al sapore della carne alle prugne, la cui ricetta, scritta a mano dalla nonna su un foglietto, conserva in un libro di cucina. Riaffiorano così i racconti di famiglia: di quando Adina aveva scoperto dalle parole del medico che Bea, sua figlia, era rimasta incinta. Non del suo promesso fidanzato Vincent, figlio del giardiniere, un buon partito sicuramente, che la amava dai tempi della scuola elementare e la cui famiglia era stata la prima ad avere l’acqua corrente nel villaggio di Serafina: Vincent era a Serafina, e Adina, suo marito, un militare di carriera, il maggiore Pepé, le loro figlie, Bea e Francina, erano di stanza presso la fortezza di Monte Athos. Gli ufficiali e le loro famiglie vivevano nella fortezza, i giovani soldati e i sottufficiali nelle caserme sull’altro fianco della valle. Bea si era innamorata, folgorata dal gesto con cui quell’uomo, che aveva visto per la prima volta mentre aspettava nell’anticamera dell’ufficio del maggiore Pepé la risposta a un dispaccio, si allacciava i gemelli della camicia militare. Gli si era concessa subito, senza alcuna remora. Quando aveva rivelato ai suoi il nome del suo amante, Aslan - un nome che significa “leone” - il padre era andato su tutte le furie. Aslan aveva origini amale - discendente di una stirpe che aveva governato con ferocia il villaggio di Serafina, che aveva pagato agli occupanti un orribile tributo di sangue - e, soprattutto, era nero come la pece. Adesso Bea è ricoverata in una clinica, ed Ema si reca a trovarla periodicamente. Lo psichiatra che l’ha in cura non riesce a venire a capo del suo caso: la catatonia continua a manifestarsi regolarmente e non ci sono segni di miglioramento sull’aspetto del mutismo permanente da cui Bea è affetta da ben trentadue anni…

“Aslan allora retrocesse di qualche passo e davvero dopo pochi metri sparì del tutto. Si fuse con il buio, era completamente invisibile […] Il fatto è che Aslan, di notte, non si vedeva proprio per niente. A chiunque venisse a trovare il maggiore, Aslan doveva mostrare la sua attitudine a farsi invisibile…”. Bianca Bellová, classe 1970, scrittrice di origini ceco-bulgare, traduttrice, interprete, è ormai da tempo considerata figura di rilievo nel panorama letterario contemporaneo. Dopo l’esordio nel 2009 con Romanzo senti/mentale, si è aggiudicata nel 2017 il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Il lago. L’uomo invisibile (Neviditelný muž, in originale) è stato scritto in gran parte durante un soggiorno in Italia, in una casa a Sanremo messa a disposizione dell’autrice dall’editore italiano Alessandro De Vito. Bellová fonde elementi del romanzo familiare a suggestioni proprie del realismo magico, in un’atmosfera resa costantemente cupa dalla guerra che è stata, che è attesa, che pian piano si insinua nella quotidianità, e che ancora verrà: una condizione perdurante, dunque, un mortifero gioco di potere in cui gli uomini, i più giovani spesso, vengono sottratti alle famiglie, agli affetti, e sacrificati, perpetuando spirali di violenza e di miseria. Serafina, il villaggio immaginario in cui si trovano le radici della famiglia della protagonista, è luogo in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si fa labile, ove le stagioni scandiscono i ritmi dell’esistenza, la memoria collettiva permane, generazione dopo generazione, e alimenta odi e risentimenti: centro da cui tutto è nato, e a cui fare ritorno (“è venuto il momento di tornare a Serafina. Prima o poi ci tornano tutti”), per comprendere meglio legami, ricevere lasciti, incontrare fantasmi, rivivere traumi, percorrere a ritroso crepe che hanno segnato e determinato percorsi di vita e di morte; microcosmo che riflette e amplifica l’umanità intera, in cui è facile vedere nella rapidità con cui per un crimine presunto si identifica un capro espiatorio - scegliendo il bersaglio più facile (il diverso, colui che per immediatezza è possibile identificare con il nemico, colui che è più facile disumanizzare, incolpare, odiare) - il riflesso di maree di pulsioni viscerali che sappiamo e vediamo riemergere periodicamente, aprendo baratri di orrore lungo il cammino dell’uomo. Densa di elementi simbolici, la narrazione procede fluida tra passato e presente, lasciando però nel lettore una sensazione di incompiutezza, acuita da un finale forse troppo frettoloso, in cui la chiusura del cerchio aperto dall’incipit (“mai scavare nel passato della propria famiglia, non sai mai che scheletri potrebbero saltar fuori”) viene affidata al classico espediente letterario degli scritti ritrovati, che si rivelano indispensabili per comprendere la reale natura di uno dei personaggi e delle dinamiche familiari; un’impressione che riflette la possibilità mancata di una più corposa esplorazione dei profili e delle storie dei singoli personaggi, che avrebbe influito sulla lunghezza del testo, e che gli avrebbe donato, al contempo, maggior profondità e coesione.