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L’uomo senza sonno

L’uomo senza sonno

Bruno sa che lo verranno a cercare e non vuole farsi trovare. Ecco perché si sveglia prima degli altri ragazzi. La sera precedente, per non perdere tempo, si è messo a letto vestito: una camicia decisamente troppo grande per lui e un paio di pantaloni corti con le cuciture logore. Bruno ha tredici anni, ma supera tutti, suore dell’istituto comprese, in altezza. Le sue gambe e le sue braccia sono lunghe ed è talmente secco che pare un albero spoglio e si è guadagnato, per il suo aspetto, il soprannome di Spaventapasseri. Bruno prende le scarpe e si rannicchia sotto al letto, dove si sente sicuro. L’impressione è quella di stendersi all’interno di una bara e rimanere al buio in attesa di avvertire l’assenza d’aria. All’improvviso sente il rumore di passi e un lieve bisbiglio. Strizza le palpebre, serra le scarpe in una mano e chiude l’altra in un pugno. Gli piacerebbe difendersi prendendo proprio a pugni chi sta per avvicinarsi, ma non li sa tirare. E poi, loro sono troppi e da solo non riuscirà mai ad affrontarli. Qualcosa gli afferra una caviglia e tira. Bruno tenta di resistere, si aggrappa al letto e stringe i denti. Ma le mani che lo hanno agguantato sono troppo forti e riescono a tirarlo fuori dal suo nascondiglio. I suoi aguzzini ridono di lui e lo prendono in giro quando notano una chiazza scura all’altezza del cavallo dei suoi pantaloni di velluto. Bruno vorrebbe vendicarsi, ma non muove un muscolo e assiste allo scempio che i ragazzi compiono ai danni delle sue scarpe: Onofrio si sbottona i pantaloni e si svuota la vescica proprio dentro le sue calzature. Bruno piange e continua a singhiozzare anche più tardi, quando le suore lo costringono a stare in mensa con addosso quegli stessi vestiti bagnati e puzzolenti di urina. Sa benissimo che, se verrà chiamato padre Mario, questi lo chiuderà in cantina, al buio. Ed è proprio lì che finisce più tardi, ma non da solo questa volta. Con lui viene rinchiuso anche un altro ragazzino basso e con strane cicatrici sul viso, che ha avuto il coraggio di difenderlo davanti a tutti e di apostrofare le suore con epiteti irripetibili. Quel ragazzo si chiama Nino. Lui e Bruno diventano in un attimo una cosa sola...

Il percorso di Antonio Lanzetta, autore salernitano che nasce anni fa come scrittore di fantasy e YA, nel mondo del thriller si rivela vincente e convince romanzo dopo romanzo. Questa volta l’autore costruisce una storia che, richiamando i migliori lavori di Joe R. Lansdale e Stephen King, cattura l’attenzione del lettore e ne allerta i sensi, attenti a cogliere ogni sfumatura di una trama perfettamente congegnata. La narrazione riporta al secondo dopoguerra e alle vicende di due ragazzini, ospiti di un orfanotrofio in cui non è affatto semplice condurre una vita serena. L’infanzia dei due è segnata da soprusi, violenze, antichi segreti che riaffiorano e cadaveri la cui memoria fa rabbrividire. Bruno e l’amico Nino sono due diverse facce di una stessa medaglia: tanto è sensibile e timido il primo, quanto si mostra spavaldo e impulsivo il secondo. Insieme, i due si completano e si fondono, mentre cercano di sopravvivere a una complessa situazione contingente e, soprattutto, a un doloroso viaggio nella profondità dell’animo umano, là dove si annida il male. Già, il male è protagonista assoluto del romanzo: l’annosa lotta tra luce e buio diventa il centro del viaggio dei due amici che, impegnati in un’avventura collocata tra il reale e il soprannaturale, affondano le loro mani nel fango generato dal male, appunto, e cercano un appiglio al quale aggrapparsi per non venirne travolti. Un thriller in cui non esistono certezze, se non che la cattiveria è alla base di parecchie delle decisioni dell’uomo. Vicende in cui le carte in tavola vengono continuamente rimescolate e ridistribuite in modo tale da mantenere la suspence sempre a un livello altissimo. Una lettura mozzafiato, che si snoda su diversi piani temporali e rivela una architettura di base pressoché perfetta, che spaventa, incuriosisce, sorprende e commuove.