È arrivato il momento. Gary ormai è vecchio e sente che la sabbia contenuta nella clessidra della sua vita è quasi esaurita. È arrivato il momento di scrivere sul diario regalatogli per Natale da una pronipote di cui non ricorda neanche il nome – maledetta vecchiaia – di quell’incontro avvenuto nell’estate del 1914. Oh com’era diverso il Maine di allora. A Motton non c’erano aeroplani in volo nel cielo e le macchine e i camion erano più rari delle pepite d’oro; l’asfalto era un lusso e la vita della comunità era concentrata attorno a pochissimi esercizi commerciali e altrettanto poche botteghe, se si escludono la scuola e la chiesa. Non c’erano telefoni e persino le aree coltivate scarseggiavano. In quell’estate è successa però una cosa che Gary non avrebbe mai più dimenticato, solo che ancora non sapeva che sarebbe successa. Un giorno come tanti, in cui le faccende domestiche erano meno pressanti del solito, e l’occasione di andare a pesca per ingannare il tempo e una certa solitudine. E con quella solitudine, oltre a un lieve assopimento, spesso fa capolino il ricordo di suo fratello Dan, morto per colpa di una puntura d’ape, sebbene sua madre ancora non si rassegni a una fine così assurda. Che destino beffardo. Gary non fa in tempo a ripensarci che sul suo naso si è posato qualcosa. Si tratta proprio di un’ape, quell’orrendo esserino giallo e nero, coperto da un’assurda peluria e con quel maledetto pungiglione ricurvo. Il giovane suda freddo, temendo di poter morire nello stesso modo di suo fratello. In maniera a dir poco puerile pensa addirittura che sia la stessa ape che ha fatto fuori Dan, ben sapendo che non sarebbe minimamente possibile. Immerso in questi pensieri e paralizzato dal terrore, si accorge a malapena di un rumore secco e sordo, una specie di colpo di pistola ma più asciutto. L’ape gli cade in grembo, morta stecchita, e dietro Gary un uomo vestito di nero inizia a guadagnare la scena...

In attesa della prossima prova sulla lunga distanza di Stephen King, è uscita in libreria un’edizione illustrata de L’uomo vestito di nero, validissimo racconto fin qui vistosi solamente nell’altrettanto valida raccolta Tutto è fatidico. Per sgombrare subito il campo da considerazioni circa l’utilità di un’operazione del genere al fine di dedicarsi quanto prima a un breve commento sull’opera va detto che è una mera operazione commerciale come tante di quelle che ultimamente ronzano attorno alla figura del Re, dalle riedizioni rilegate ogni volta che esce un nuovo film tratto da un suo libro (per dirne alcune Pet Sematary e It, quest’ultimo addirittura in due edizioni diverse), all’utilizzo del suo nome e di un suo raccontino/prefazione/postfazione per giustificare questa o quella nuova antologia horror. Va anche detto, per essere del tutto onesti, che qui ci troviamo di fronte a un’operazione commerciale davvero ben fatta, e per varie ragioni. Innanzitutto la scelta del racconto è decisamente felice, con il sottoscritto che ricorda perfettamente la sensazione di inquietudine che lo colse nel lontano 2002 e che ancora oggi si è fatta sentire; poi le malinconiche illustrazioni della talentuosa artista spagnola Ana Juan (nota ai fans di Isabel Allende, ma non solo) e infine per l’aggiunta de Il giovane signor Brown di Nathaniel Hawthorne, influenza principale del racconto di King. Quest’ultimo infatti ha dichiarato di essersi ispirato alla short story di Hawthorne e addirittura di non essere rimasto soddisfatto del risultato finale, da lui considerato un po’ piatto e debole, talmente piatto e debole da aver ricevuto il prestigioso premio O. Henry e da essere uno dei racconti più amati dai fan. Sulla trama, estremamente lineare, c’è poco da dire: un ragazzo va a pesca e incontra un uomo vestito di nero, dagli occhi di fuoco e dall’odore sulfureo, sua santità il Diavolo. Un incontro che lo sconvolgerà a tal punto da portarselo dentro per tutta la vita, sino alla decisione di raccontarlo ora, nei suoi ultimi giorni in casa di riposo. Ci troviamo davanti a una favola nera, terribilmente inquietante nella sua semplicità e forse, proprio per questo, destinata ad avere successo. La caratterizzazione dell’entità demoniaca, capace di spaziare da un registro emotivo e comportamentale che va dal mellifluo all’infingardo, dal canzonatorio al sadico sino a sfociare nell’orrore fisico è delineata con classe e mestiere, mentre il protagonista, l’ennesimo giovane diventato adulto troppo presto attraverso la perdita (in questo caso del fratello) e la paura sa che quell’incontro lo tormenterà per sempre e qualunque esperienza del suo lungo cammino verso la morte sarà sempre e comunque condizionata da quel diabolico rendez-vous sulle rive del fiume. La confessione di Gary, giunta solo in tarda età, non è altro che un esorcismo, il desiderio di mettere a tacere la possibilità che l’uomo vestito di nero torni ancora a tormentarlo, ora che è vecchio e stanco e non potrà più sfuggirgli, metafora potente di una scrittura catartica in grado di mettere nero su bianco le paure e le ossessioni del Re, paure e ossessioni che terrorizzano e ammaliano i suoi lettori da circa mezzo secolo.