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M - Gli ultimi giorni dell’Europa

M. Gli ultimi giorni dell'Europa

Primi di maggio del 1938. Ranuccio Bianchi Bandinelli, archeologo e studioso di arte antica, da settimane ha un pensiero fisso che lo tormenta, un dubbio atroce che non lo fa dormire la notte. Qualche burocrate del Ministero a Roma ha deciso che proprio lui, stimato professore dell’Università di Pisa di madre tedesca, dovrà fare da guida turistica a Benito Mussolini e Adolf Hitler durante la visita di stato del Führer in Italia prevista nei prossimi giorni. E lui – che fascista in cuor suo non lo è affatto e nazista ancora meno – ha iniziato a farsi strane domande: potrebbe essere l’occasione giusta per uccidere due feroci dittatori in un colpo solo? Con un sacrificio eroico potrebbe essere proprio lui, un innocuo accademico, a salvare l’Europa dalla minaccia della guerra. Purtroppo però non saprebbe da dove cominciare per farsi esplodere o per assassinare i due statisti prima di essere sopraffatto dalle guardie del copro. Magari potrebbe essere il complice perfetto per un complotto politico, quello sì: condurre i due in un determinato punto a una determinata ora, renderli un bersaglio facile... Purtroppo però non ha nessun contatto con le forze che potrebbero volere la morte di Hitler e Mussolini. Perciò, i pensieri fissi restano pensieri e i dubbi non si sciolgono. Arriva la data fatidica. Tre convogli speciali giungono alla stazione di Roma Ostiense, costruita appositamente per ricevere in pompa magna il leader del Terzo Reich. “Atteso da un re, dai dignitari della sua corte, da un dittatore, dai gerarchi del suo partito, da principi e da ministri, da generali dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, da mogli e concubine, dal corteo dei vivi e dei morti; salutato con gioia dalle Reichsfrauen, le mogli dei pezzi grossi del Terzo impero germanico, affacciate ai finestrini; scortato da un nugolo di SS armate di pugnale, il Cancelliere risale la banchina ferroviaria verso la città eterna”…

Nel terzo capitolo della sua quadrilogia dedicata a Benito Mussolini, Antonio Scurati racconta il “triennio fatale” 1938-1940, dalla visita di stato di Hitler in Italia all’entrata in guerra del nostro Paese. Come i precedenti libri della saga, anche questo “è aderente in ogni suo dettaglio a fatti storici ampiamente documentati (al netto di pochi, lievi, consapevoli anacronismi e di molti probabili errori). Non vi è nulla di romanzato in esso e, forse, nemmeno di romanzesco, salvo il modo del racconto. Non è il romanzo qui a inseguire la storia, ma la storia a farsi romanzo”, come scrive l’autore nella sua nota introduttiva. Il Mussolini di queste pagine, nonostante sia un dittatore all’apice del suo potere e del consenso (o forse proprio per questo), è indeciso, tormentato. Riconosce la natura mostruosa, quasi demoniaca della visione e della prassi politica hitleriana e ne ha paura egli stesso: ma con un azzardo sconsiderato da giocatore di poker, sceglie di provare a manovrare Adolf Hitler (che ancora lo stima e ammira, solleticando la sua vanità smisurata) e trascina il suo popolo adorante nell’abisso assieme a lui. Il nostro M quindi si inganna, come gli italiani si sono ingannati negli anni precedenti. Il Paese – anzi, l’Impero (!!!) – descritto da vent’anni di propaganda e retorica è un’illusione che si sgretola rapidamente lasciando il posto alla realtà di un esercito sgangherato e di uno “spirito della nazione” più da commedia all’italiana che da poema epico. Si avvia dunque alla conclusione un’operazione editoriale di grande successo che soprattutto all’inizio ha suscitato molte polemiche – come si aspettavano e, diciamolo, auspicavano in Bompiani – e addirittura accuse di revisionismo che comunque lo stesso Scurati in una recente intervista concessa a Radio Popolare in cui è tornato sulle ragioni del suo lavoro di questi ultimi anni ha del tutto rigettato: “È evidente da alcuni anni, forse da alcuni decenni, che l’antifascismo che è fondamento, che sta alla base della nostra democrazia, l’idea che ci lega ai padri della nostra Repubblica sta franando. L’antifascismo novecentesco purtroppo non regge più e allora mi son detto: dovremmo tutti cercare nuove forme per rinnovare quel sentimento e quella cultura politica. Raccontare in un romanzo – quindi in una forma di letteratura popolare e aperta a tutti – che cosa è stato il Fascismo e farlo dal punto di vista dei fascisti, dalla dark side, dalla parte maledetta, mi è sembrato un modo per rifondare narrativamente, letterariamente i valori antifascisti”.