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M – L’uomo della Provvidenza

M. L'uomo della provvidenza

15 febbraio 1925. Benito Mussolini, il più giovane Presidente del Consiglio della storia d’Italia, l’affascinante, il vincente, il potente Benito Mussolini, giace nel suo giaciglio in preda a spaventosi dolori all’addome. Sul pavimento della sua pittoresca camera da letto tappezzata di velluto rosso e nero e ingombra di feticci, nella quale accoglie di solito le sue numerose amanti, pozze di vomito sanguinolento e maleodorante. Vorrebbe chiedere aiuto, ma a chi? Al “piantone appisolato sul pianerottolo”? Oppure a Cesira Carocci, la sua servetta umbra di mezza età, “ignorante come una capra, magra come un chiodo da crocefissione”? No. Il glorioso Duce del Fascismo, il capo delle legioni in camicia nera non può fare una figura così meschina, deve resistere a ogni costo. Del resto, quei dolori non sono una novità. Da settimane, da mesi, le crisi tornano sempre più frequenti. Un’alternanza oscena di stitichezza e diarrea esplosiva, di dolore e vomito. Colpa di anni di cibo di scarsa qualità, soprattutto l’orrenda carne in scatola ingurgitata in trincea durante la Grande Guerra. Ma chi vuole prendere in giro: è colpa di Giacomo Matteotti, il suo irriducibile oppositore. Colpa del suo cadavere, del suo corpo ritrovato in campagna “ripiegato a libro, con le gambe rivoltate sotto la schiena in una fossa troppo corta, scavata in fretta”. Colpa di un omicidio politico che non ha nulla di grandioso, anzi è stato goffo e scombinato, orrendo e maldestro per colpa di quell’idiota di Marinelli, il “meschino e miserevole” tesoriere del Partito Fascista, che per risparmiare ha affidato l’operazione a quattro improvvisati invece che a dei professionisti. E questa misera figura, questa umiliazione tormenta ancora l’anima e le viscere di Benito Mussolini. Eppure il 3 gennaio in parlamento, con uno scatto d’orgoglio, ha esorcizzato il fantasma di Matteotti rilanciando come un grande giocatore di poker e pronunciando un memorabile discorso con il quale si è assunto sfacciatamente la responsabilità politica di quell’omicidio, tornando a “nobilitarlo”, dandogli un senso. Non è bastato. Almeno al suo intestino non è bastato, il dolore morde ancora le sue interiora. Mussolini dovrebbe essere felice, dovrebbe sentirsi soddisfatto e “arrivato”. Ma no, ancora qualcosa gli manca…

Prosegue l’opera di scrittura, riscrittura ma anche reinvenzione dell’epopea di Benito Mussolini da parte di Antonio Scurati. Dopo averlo certificato quale “figlio del suo secolo” nel titolo del primo capitolo, qui lo scrittore definisce M come “l’uomo della Provvidenza” citando sì Pio XI, papa Ratti, che si riferì al Duce in questo modo due giorni dopo la firma del Concordato, ma anche una malattia tipicamente italiana, apparentemente incurabile: la ricerca compulsiva di un leader carismatico che come un “deus ex machina” porti ordine nel caos, riduca la irriducibile complessità della nostra società. Questo secondo capitolo di quella che – progettata come una trilogia – è ormai ufficialmente una tetralogia, dopo le polemiche feroci su alcune imprecisioni storiche contenute nel primo romanzo è stato affrontato da Scurati con un atteggiamento più prudente e con una percepibile “ansia da documentazione”. Il rapporto con le fonti appare quindi arricchito e sviluppato, narrazione e documentazione si intrecciano: “La narrazione ha spesso un rapporto, come in questo caso, di collaborazione con la ricerca storica con cui ha in comune la finalità che è quella della conoscenza, una dimensione veritativa”, ha dichiarato lo stesso Scurati. “Dopo aver concepito il progetto, non avrei potuto muovere un passo senza la vasta esplorazione degli storici. Sono stati i miei insostituibili compagni di viaggio, tutte le pagine si nutrono dei loro contributi”. Ciononostante non si pensi a M – L’uomo della Provvidenza come a una pedante docufiction: è un romanzo, un monumentale romanzo, quasi un feuilleton che non si nega persino venature pulp. Lo spiega perfettamente l’autore in un colloquio con Antonio Carioti su “La Lettura”: “Devo precisare che il libro non nasce da un’esigenza di impegno etico e civile. All’origine c’è l’istinto del romanziere. (...) Pensare che il fatto stesso di prendere Mussolini a oggetto di materia narrativa e dedicargli un’opera molto vasta costituisca una forma di omaggio al dittatore mi sembra frutto di una visione novecentesca. Nel secolo scorso la storia del fascismo era la posta in gioco di controversie ideologiche precostituite. Oggi non è più così. Una narrazione di Mussolini non segue più un percorso obbligato di elogio o condanna, ma è un processo aperto, post-ideologico”. Il periodo narrato in questo romanzo è quello che Renzo De Felice, nella sua epocale serie di saggi dedicati a Mussolini, definiva “del consenso”: dal 1925 al 1932. Il consolidamento del regime fascista, l’avventura coloniale e le sue ombre, il trionfo dell’ego di Benito Mussolini, le lotte intestine al partito. Formidabile la schiera dei personaggi di contorno: l’antieroe Rodolfo Graziani, Margherita Sarfatti, Arturo Bocchini... tra tutti da segnalare la figura di Augusto Turati (da non confondere con Filippo, ovviamente), che è stato il più longevo Segretario del Partito Nazionale Fascista eppure è uno sconosciuto per il grande pubblico e un funzionario incredibilmente trascurato dal lavoro degli storici. Tragica e oscena qui la cronaca della sua caduta in disgrazia, orchestrata con malevola ferocia dal suo acerrimo nemico, il brutale Roberto Farinacci.