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Ma cos’è questo nulla?

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Milano, 7 novembre 1994. L’auto anonima ma con due carabinieri in borghese seduti davanti l’ha lasciato all’angolo del piazzale in cui era stato impiccato il cadavere di Mussolini. Da lì l’ex questore, da una dozzina d’anni a Roma e appellato Sua Eccellenza dagli apparati statali, si sposta tra le viscere della metropolitana, là dove la linea rossa incrocia quella verde. Quando riemerge, cerca un taxi e gli chiede di essere condotto in Corso Sempione, angolo via Moscati. È meglio non essere troppo precisi circa l’indirizzo cui è diretto. È meglio non lasciare tracce. Quando, poco dopo, suona un campanello, dall’uscio chiuso filtrano le note di Nat King Cole. Il commissario Melis apre la porta senza controllare dallo spioncino. Ha cinquant’anni e la barba curata e corta, striata di grigio. Veste con misurata eleganza, come sempre, con pantaloni di velluto, polo e mocassini. Dopo la morte di Fiorenza, nel 1991, il commissario ha deciso che, raggiunti i termini di legge, avrebbe rassegnato le dimissioni. Un tumore si è portato via la donna che lui amava in tre mesi. Un glioblastoma multiforme: una fine rapida nonostante una dose massiccia di cure mediche, tutte senza speranza. Melis si chiede spesso se non sia stato meglio morire come è accaduto a sua sorella Germana - l’anno successivo - sotto i cieli africani, per una leucemia diagnosticata in ritardo, che aveva già colpito polmoni, intestino e cervello. Sua sorella almeno è morta ammirando il cielo. Fiorenza, invece, se ne è andata in una stanza d’ospedale, guardando un muro nudo davanti a sé. Nel 1994 il prepensionamento di Melis è diventato una realtà, accelerato anche dalla protervia di un governo di satrapi, capaci di sputtanare il Capo della polizia. Sua Eccellenza, però, ha deciso di muoversi personalmente, per cercare di dissuadere Melis e affidargli un nuovo incarico. Il 6 febbraio 1986, in un appartamento di una palazzina del centro di Brassanigo, venne scoperto il cadavere di Mariastella Biason, diciannove anni, babysitter presso la famiglia Dorigo. Il cadavere è stato ritrovato riverso su uno dei due divani del salotto dei Dorigo. Quasi completamente nudo. Il colpevole non è mai stato trovato. Ma tra gli indagati all’epoca figurava Filippo Artruso, giovane economista noto a livello internazionale e ora candidato al ruolo di ministro. Quell’ombra sul suo passato è dunque parecchio pesante. Occorre che Melis trovi il vero colpevole per cancellarla una volta per tutte…

Un salto nel tempo. Un tuffo nel passato prossimo di una località del Nord Est, una provincia ipocrita in cui molti vogliono che ciò che è stato resti sepolto, come la polvere spinta sotto un tappeto. Ma il commissario Melis - ha dato le dimissioni e si lecca da solo le ferite, legate al dolore per la perdita dell’amata moglie Fiorenza, portata via in pochi mesi da un male incurabile -, richiamato al dovere da un ex questore di Milano, non ci sta. Gli viene chiesto di occuparsi di un vecchio caso irrisolto, appunto, e dovrà indagare senza alcuna autorità ufficiale e sotto falso nome, per eliminare una volta per tutte le ombre che offuscano la carriera di un giovane candidato al ruolo di ministro, a suo tempo - nel 1986 - tra i sospettati dell’omicidio di una ventenne. Le indagini all’epoca portarono a un nulla di fatto e si impantanarono. Ora Melis deve rovistare nel torbido e portare alla luce una verità che, purtroppo, è interesse di molti tenere nascosta. Tra membri di una setta esoterica abbottonati come cappotti, i detti e i non detti di un antiquario e l’ambiguità di un giornalista, Hans Tuzzi offre al lettore, una volta ancora, il ritratto di una realtà bigotta e benpensante, fatta di uomini e della loro fallibilità. Tuzzi è un maestro nel dipingere le varie tinte della condizione umana: sofferenza, paura e dolore permeano ogni sua pagina e incollano il lettore alla storia, potente al pari delle precedenti che vedono il commissario Melis come protagonista, un uomo per il quale il senso della giustizia va posto prima di ogni altra cosa. Un’istantanea amara e variopinta, in cui i personaggi non risultano mai banali e i luoghi sono importanti tanto quanto l’intreccio. Il Nord est dicevamo, a cui si aggiunge la solita Milano noir e poetica, sempre più decadente. Il finale accende un’incognita che preoccupa. Ragione in più per non lasciarsi sfuggire l’ultimo - ma sarà davvero così? - capitolo della serie.