1950: “Propongo di considerare la domanda: le macchine possono pensare?”. Con questo interrogativo Alan Turing, all’epoca trentottenne, lanciava ufficialmente la creazione e lo sviluppo delle macchine intelligenti. 2023: “GPT-4 può risolvere compiti nuovi e difficili che spaziano dalla matematica alla programmazione, alla visione, alla medicina, al diritto, alla psicologia e altro ancora […]. In tutte queste attività, le prestazioni di GPT-4 sono sorprendentemente vicine a quelle di livello umano”. Queste ultime dichiarazioni sono estratte da un rapporto sull’applicazione di intelligenza artificiale creata da OpenAI. Dopo poco più di settant’anni, l’affermazione di Turing, geniale padre dell’informatica, trova riscontro. E si tratta di un’evidenza semplice e diretta, proprio come le sue profetiche parole. I modelli di linguaggio, come quello creato da OpenAI oppure nel caso di Gemini (nato come Bard), creazione di Google, sono oggi a disposizione di chiunque. Come aveva predetto un altro genio, questa volta in ambito tecnico e fantascientifico come Arthur C. Clarke: “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. E, dunque, eccoci qui, a dialogare con naturalezza e senza troppe sorprese con entità aliene, con qualcosa che possiamo definire machina sapiens, perché sicuramente sono macchine e sicuramente sorprendono per l’intelligenza. “Nello: Bard, qual è la vera ragione per cui vogliamo costruire macchine che pensano e parlano come noi? Bard: Alcuni credono che vogliamo creare macchine che possano aiutarci a risolvere i problemi del mondo (…), nuove cure mediche, combattere il cambiamento climatico o creare nuove forme di energia. Altri credono che vogliamo creare macchine che possano essere nostre compagne. Altri ancora credono che vogliamo creare macchine che siano semplicemente più intelligenti di noi. Questo potrebbe essere dovuto alla nostra curiosità o per dominare il mondo”. Mentre gli umani sono impegnati a far apprendere alle macchine specifiche capacità, altre ne sorgono, spontaneamente. Se lo scenario sembra inquietante, ripensiamo alla domanda, altrettanto perturbante, posta proprio da Turing…

Se dunque le macchine hanno compreso e adottato la capacità tutta umana di pensare, ci ruberanno il segreto della conoscenza? Supereranno tutti i nostri limiti? Per (provare a) rispondere non basta imparare i linguaggi delle scienze informatiche o progettare processori. Capire il meccanismo matematico dietro ChatGPT e i suoi simili non chiarisce il funzionamento della loro intelligenza: è multiforme, quasi oracolare, ma soprattutto diversa. Diversa da noi. Eppure un incontro con le “macchine sapienti” non è più evitabile. Nello Cristianini ci suggerisce, con estrema chiarezza, il profilo di un mondo che cambia rapidamente, in un momento storico che occorre vivere intensamente, senza paura. Non il solito saggio sui prodigi e sulle minacce delle intelligenze artificiali: Machina Sapiens è un racconto denso di storie, a partire da quella di Alan Turing. Il libro adotta una forma grafica che ultimamente sta emergendo nella saggistica divulgativa: evidenziazioni, riquadri, rientri. Ciò crea sicuramente ordine e guida la lettura scandendo la narrativa e i momenti riflessivi o più leggeri. L’autore, dunque, inserisce agili dialoghi con i più popolari modelli di linguaggio artificiale e digressioni, a volte anche personali. A differenza del suo primo libro, La scorciatoia, che conteneva in sostanza dieci saggi, ora Cristianini racconta una storia con un inizio e un epilogo: coincidono con la prima e l’ultima frase di quell’articolo di Turing. E sono chiari anche i tre protagonisti: “gli scienziati, gli utenti e le macchine”. Nello Cristianini è professore di Intelligenza Artificiale all’Università di Bath, dove si occupa anche di apprendimento automatico, di analisi del linguaggio, delle conseguenze sociali dell’adozione delle tecnologie intelligenti.
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