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Madri, padri e altri

Madri, padri e altri

La scrittrice Siri Hustvedt ricorda che la nonna paterna, Matilda Underdahl Hustvedt – Tillie, come la chiamavano gli amici – era un donnone burbero che rideva tanto e di gusto, si incupiva per motivi noti solo a lei e parlava un dialetto norvegese incomprensibile. Quando Siri era bambina, la nonna aveva una folta chioma di capelli bianchi: la sera, prima di dormire, sfilava le forcine dallo chignon nella minuscola camera stantia della fattoria dove viveva con il nonno, poi si toglieva la dentiera e la metteva in un bicchiere vicino al letto. Un gesto che affascinava moltissimo Siri e la sorella Liv: loro non avevano parti del corpo da togliere di sera e rimettere al mattino. La nonna è morta a novantotto anni e per qualche tempo è stata come un fantasma nella vita della nipote. Figlia di un norvegese emigrato in America, Tillie era cresciuta nella proprietà materna in Minnesota, senza mai tornare nel suo “vecchio Paese”, mentre il marito era andato in Norvegia per la prima volta a settant’anni: suo padre aveva sofferto così tanto la lontananza da casa da trasmetterla al figlio. Capita spesso, infatti, di acquisire i sentimenti degli altri, soprattutto se ci sono cari, e arrivare a credere che ciò che non abbiamo mai visto né toccato appartenga anche a noi, grazie a un processo di associazione immaginativa. Nel testo scritto dal padre di Siri, The Hustvedt Family, ci sono ben poche informazioni sulla famiglia di Tillie: consapevole di un’identità formata dalla linea paterna, aveva fatto tutto il possibile per raccogliere informazioni sugli uomini che lo avevano preceduto, tralasciando, forse anche per mancanza di documenti, la sua discendenza materna. Solo da adulta Siri è riuscita a riflettere sul problema dell’omissione, su quello che manca, piuttosto che su quello che c’è, e ha cominciato a capire che il non detto può dire molto più delle parole: siamo tutti, in un modo o nell’altro, fatti di ciò che definiamo “memoria”, non solo i brandelli di immagini che si sono consolidati ripetendo le nostre storie, ma anche i ricordi che abbiamo introiettato senza capire – un profumo, un gesto, il tocco di una persona, un suono… E poi ci sono i ricordi degli altri, che adottiamo e cataloghiamo insieme ai nostri, a volte mescolandoli. E ancora, ci sono ricordi che si trasformano perché la prospettiva è cambiata – come la nonna che torna in una veste diversa, rievocata e reimmaginata. Non c’è nulla di semplice, eroico o puro in questo fantasma. Siri è ben consapevole che c’è una parte importante della nonna che non conoscerà mai. Il tempo ha modificato Matilda Underdahl Hustvedt nella mente della nipote: una donna che divertiva e terrorizzava al tempo stesso, la cui immagine è stata, almeno in parte, filtrata dall’ambivalenza del figlio, dal miscuglio di amore e odio che non riusciva mai a esprimere davvero. La grande fortuna di Siri è poterne scrivere ora: la storia che vuole riportare qui le è stata raccontata da sua madre, ma apparteneva a sua nonna…

Nella raccolta di saggi dall’illuminante titolo Madri, padri e altri. Appunti sulla mia famiglia reale e letteraria, Siri Hustvedt, prolifica autrice statunitense di romanzi, saggi, articoli scientifici, opere di non fiction e poesia, conferma la sua propensione a scrivere di argomenti che vanno ben oltre i confini che delimitano le scienze dalle discipline umanistiche. I venti saggi abbracciano un periodo di dieci anni, sono eterogenei – trattano di letteratura, poesia, filosofia, storia, antropologia, critica d’arte, teoria politica, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze, embriologia, epigenetica –, presentano molteplici approcci e sorprendenti cambi di registro: esprimono la vasta conoscenza della Hustvedt, che spesso si rivolge al lettore attraverso domande e diretti spunti di riflessione. Il libro inizia con il ritratto sincero e amorevole della nonna Tillie – un'emigrata norvegese, la cui storia è stata ignorata dal figlio – e di quello intimo e intenso della madre Ester, una ragazza ribelle, che durante l’occupazione nazista aveva preferito passare nove giorni in prigione piuttosto che pagare una piccola multa di trenta corone per aver partecipato a una manifestazione di protesta. Come Tillie, Ester non può essere inserita in nessuna categoria precisa, non rappresenta un archetipo o un cliché e l’elemento che più emerge è la resilienza dimostrata per tutta la vita: si è sempre rialzata da difficoltà di ogni tipo e da varie malattie, dimostrando una forte capacità di far fronte a stress e traumi. Il contributo unico e geniale della Hustvedt coinvolge poi aspetti cruciali e le contraddizioni della maternità che spesso fanno delle madri il capro espiatorio di ogni male della società. La nozione di “buona madre” e le regole su come dovrebbe sentirsi e agire diventano una camicia di forza e causano vergogna e senso di colpa in chi, per ragioni complesse, ha difficoltà ad allevare i figli. I saggi su Jane Austen, Emily Brontë e Louis Bourgeois affrontano diversi aspetti della femminilità e vanno contro ogni stereotipo; in altri, invece, approfondisce il concetto di “confine”, di divisione e di classificazione, a livello di corpo umano, di società e di sessi; in altri ancora, riflette sul padre, sul patriarcato, sui mentori attribuiti erroneamente, sulla sua formazione intellettuale, sullo scrivere e sul perché leggere, fino a evocare la profonda relazione con il marito, Paul Auster. L’approccio scientifico ad argomenti artistici e letterari – “storie di una vagabonda intellettuale”, come lei stessa si definisce – e la profondità con cui ne discute rendono un piacere immergersi nei saggi di questo volume, sia che si tratti di temi già conosciuti, sia che si tratti di materie estranee al lettore.