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Magia

Magia

Il poeta si immerge nelle opere shakespeariane a Stratford-on-Avon, dove la magia del teatro elisabettiano lo assorbe in modo completo in un’esperienza espressiva e culturale assoluta. Ne conseguono momenti talmente intensi, da pensare che l’unico modo per allontanare la ripetitività quotidiana e la superficialità della città di Londra è ritrovare un contatto spontaneo e sincero con l’ambiente, attraverso esperienze culturali che richiamino la partecipazione solo di chi ne è interessato. Di Shakespeare il poeta apprezza la profonda analisi della natura umana, ogni personaggio ha una sua caratterizzazione precisa ed esauriente agli occhi dello spettatore. Ma una volta appresa l’opera del bardo immortale nella sua totalità e complessità, quale giudizio ne emerge sulla vita? Forse l’autore ravvede che nella dimensione umana esiste una mancanza, un vuoto difficile da colmare, inutile tentare di migliorare ciò che non è migliorabile: ne risulta una valutazione negativa originata dalla delusione... Yeats, malgrado l’esperienza estremamente coinvolgente che sta vivendo, finisce per criticare il perpetrarsi a Stratford-on-Avon dei segni dell’arte e della conoscenza del passato, come i teatri con il palcoscenico semicircolare finalizzati a preservare la dimensione rappresentativa su cui ha lavorato il bardo immortale. Al tempo la scena era uno spazio sopraelevato dal quale dare vita a visioni fantastiche, prevaleva inevitabilmente il recitato sull’aspetto scenografico. Quest’ultimo nel teatro moderno ha però assunto un ruolo essenziale nel complesso dell’opera teatrale, in sintonia con la musica, le luci, i costumi; inevitabilmente tale ampliamento degli strumenti narrativi, malgrado vada a scapito dell’emozione, dovrebbe essere preso in considerazione anche in luoghi storici, sorvolando sulla volontà di preservare una tradizione che tutti conoscono. E per completare l’esperienza con il teatro elisabettino, emerge un’ultima riflessione rivolta alla critica d’arte che troppo spesso dimentica quel valore originario che assume l’opera – di qualsiasi natura essa sia- in un contesto di memoria storica e di semplice amore per la cultura del bello ideale, un’accusa in effetti assai incisiva destinata al mondo borghese...

“Un poeta parla sempre della sua vita personale, nella sua opera migliore emersa dalla tragedia, qualunque essa sia, il rimorso, l’amore perduto o la pura e semplice solitudine...” è quanto afferma Yeats all’inizio dell’introduzione singolarmente posta al termine del suo libro. E sicuramente in questa sorta di diario di pensieri e riflessioni l’autore si rivela assai più poeta che biografo di sé stesso. Non si tratta di una semplice ricostruzione dei momenti salienti di un’esistenza dedicata alla profondità dell’arte e della poesia, la vita intellettuale di Yeats emerge dalla sua erudizione specialmente in campo teatrale – non dimentichiamoci che fu anche drammaturgo e adorò le opere di Shakespeare proprio perché intrise di grande emozione e poesia. Infatti, come un poeta tende a far prevalere sempre l’emozione allo stile, da qui il grande rispetto per il teatro giapponese Nō rilevatore di profondi sentimenti e assente dall’evoluzione stilistica del teatro occidentale, che nei secoli è andata a scapito della poesia. E inevitabilmente da questa trattazione letteraria e culturale in generale l’autore finisce per avvicinarsi all’altro universo a cui si sente legato per interesse e predisposizione, il mondo dell’occulto fatto di mistero e di irrealtà agli occhi del volgo, ma tanto vicino al teatro proprio per queste sue caratteristiche. Uno spazio significativo lo concede alla riflessione sulla vita dopo la morte, indagata nell’esperienza di alcuni sensitivi ed eruditi come lo svedese Swedemborg. Leggendo Magia si ha la possibilità di apprendere il pensiero e le emozioni dell’autore che sono parti integranti della sua ampia esperienza di vita, un diario fatto dell’intimità del poeta e non dell’esteriorità del narratore. William Butler Yeats nasce a Dublino nel 1865. Dopo alcuni amori non proprio felici, incontra a circa trent’anni Lady Gregory che incoraggia il suo Nazionalismo per un’Irlanda indipendente e la sua vena letteraria, già manifestatasi in poesia e adesso sempre più aperta al teatro. Le sue opere, pur restando fedeli alla letteratura irlandese di cui è incontentabile lettore, si avvicinano alla scuola del Simbolismo francese di quegli anni ed egli si rifà da questo punto di vista ai modelli culturali più svariati da Oriente a Occidente, dando prova di notevole erudizione. Nel 1923 riceve il Premio Nobel per la letteratura. Il comitato descrive la sua produzione letteraria come “Poesia sempre ispirata, la cui forma altamente artistica esprime lo spirito di una intera nazione”. Parallelamente al lavoro letterario Yeats coltiva un forte interesse per il misticismo e lo spiritualismo, che a poco più di vent’anni lo aveva spinto a sottoporsi al rito dell’iniziazione. Trasferitosi a Rapallo, inizia a soffrire di disturbi cardiaci e polmonari, fino ad ammalarsi di febbre maltese. Muore nel 1939 a Cap Martin in Francia. A livello saggistico l’ultima fatica è stato il trattato A vision, da cui emerge la sua concezione della storia legata all’astrologia. Tra le maggiori poesie ricordiamo Il vento tra le canne, I cigni selvatici a Coole, Michael Robartes e La torre: quest’ultimo componimento ha dato anche il titolo alla prima raccolta pubblicata in Italia dell’autore nel 1995 da BUR.