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Magnifici perdenti

Magnifici perdenti

“Vuoi che la gente continui a ignorare il tuo talento naturale, il tuo allenamento, le tue eccellenti qualità ciclistiche?”. “No”, dissi. “E allora, come dite voi inglesi, come direbbe Roger Moore, se non riesci a batterli, fai come loro”. Sol è un ciclista professionista, Liz è una biologa genetista. Liz e Sol si sono conosciuti in un aeroporto, in un momento in cui le loro frenetiche esistenze sono messe in pausa dal ritardo dell’aeroplano successivo. Così, dinanzi a una fetta di pizza e ad un bicchiere di pessimo vino, un ciclista ed una genetista hanno scoperto le innumerevoli affinità di due personalità plasmate da mestieri così differenti. Essi si amano profondamente, ed amano la dedizione che il partner dedica ad una professione avara di soddisfazioni. Entrambi nutrono una profonda frustrazione, ed osservando il partner varcare la soglia di casa possono riconoscersi in quello sguardo malinconico. Liz e Sol hanno dedicato la vita alla propria professione, ed ora possono vedere chiaramente la gloria ed il riconoscimento ricevuto da chi ha raggiunto la cima; tuttavia quell’ultimo, definitivo ed eroico passo non sono in grado di compierlo, forse non lo saranno mai. Giunto alla soglia dei trenta Sol medita sulle esperienze passate e sulle scelte da compiere in direzione del futuro, sulla sua scomoda situazione professionale e sull’amore che nutre per Liz e Barry, nato da appena un anno. Quali limiti è disposto a superare, cosa è ancora disposto a sacrificare per il ciclismo?

Magnifici perdenti, straordinario romanzo partorito da Joe Mungo Reed, ha come protagonista un ciclista, Solomon, soddisfatto di gareggiare tra i campioni ma frustrato dall’impossibilità di arrivare sino a loro, una frustrazione professionale ed esistenziale che la moglie condivide nella sua attività di biologa genetista. Pertanto, sebbene l’autore si serva di una gara ciclistica come espediente narrativo, l’opera è godibile da chiunque: gran parte dei lettori infatti potranno specchiarsi nei protagonisti. L’altro dramma, forse meno interessante, vissuto da Liz e Sol è la necessità di destreggiarsi tra una occupazione che fagocita quotidianamente tutte le energie fisiche e mentali di chi vi si dedica, ed un figlio al quale i protagonisti desidererebbero donare ogni istante del loro tempo. Questi drammi affiorano dalle analisi introspettive a cui Solomon sottopone sé stesso durante la partecipazione al Tour de France come gregario di Fabrice, il caposquadra. Dal punto di vista formale il romanzo, davvero ben costruito, oscilla tra la descrizione delle esperienze presenti a quella di flashback particolarmente significativi per il protagonista. In tal modo si ottengono due narrazioni, quella presente e quella passata, che si chiudono in due eventi che, pur nella loro drammaticità, permettono a Sol di comprendere ciò che l’autore stesso attraverso quest’opera vuole dirci: “C’è forse qualche speranza. Il problema non è fare ciò che è degno di nota, come abbiamo creduto tanto a lungo, ma fare ciò che è sufficiente, capire ciò che è abbastanza”. Dunque, in un mondo tendente all’omologazione dove gli individui giacciono indecisi, spaccati nella duplice tendenza di farsi massa da un lato, e di innalzarsi, emergere al di sopra di essa condannandosi all’infelicità perpetua dall’altro: l’autore servendosi di un linguaggio acuto, lapidario, in grado di profondarsi nella mente e nel cuore del lettore, vuole farci comprendere che non vi è nulla di male nell’essere ordinari, nel riconoscere di non essere i migliori, nell’essere imperfetti, ossia nell’essere “magnifici perdenti”.