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Mai devi domandarmi

Mai devi domandarmi

La ricerca di una casa da comprare a Roma, una riflessione sul rapporto tra scrittori e pubblicità dopo una visita alla casa di Emily Dickinson, un diario di viaggio sugli Stati Uniti e un resoconto sul suo primo periodo di lavoro alla casa editrice Einaudi. Questi sono alcuni degli argomenti dei testi che compongono questa raccolta saggistica-autobiografica, la seconda dell’autrice dopo la celebre Le piccole virtù. È difficile dare una definizione precisa e omnicomprensiva dei testi qui raccolti, perché appartengono a generi diversi: si va dalla recensione letteraria, dedicata alla prima uscita in Italia di Cent’anni di solitudine, ad alcune considerazioni esistenziali sulla vecchiaia, passando per un resoconto di una serata all’opera e di alcuni anni di psicanalisi a cui l’autrice si è sottoposta. Anche per quanto riguarda la provenienza, i materiali sono misti: la maggior parte di questi testi era uscita sul quotidiano “La Stampa” a fine anni Sessanta, mentre altri vengono da collaborazioni precedenti e altri ancora sono inediti. L’elemento comune è l’aspetto personale, il riferimento alla vita privata dell’autrice, che per ogni considerazione sa partire da un dettaglio pratico, da qualcosa che ha vissuto direttamente, da cui poi trarre conclusioni; il tutto scritto con il suo stile particolare, un italiano preciso ma non puntiglioso, che piega la punteggiatura a nuovi modi espressivi…

Le pubblicazioni quotidiane spesso sono destinate ad invecchiare rapidamente, surclassate dalle notizie del giorno dopo e dai pareri e contropareri che tali notizie portano con sé, e questo rischio lo corrono anche gli interventi più complessi che vengono ospitati su quelle pagine, specie quando, come in questo caso, sono a volte costruiti a partire da riferimenti culturali e sociali tipici di un periodo e non così familiari alle generazioni successive. Perciò le raccolte come questa perdono un po’ della loro forza a leggerle o rileggerle a distanza di anni (la prima edizione di questo libro è del 1970) senza conoscere esattamente tutto il contesto a cui alludono. Dico “un po’ della loro forza”, perché invece molto del valore qui espresso resiste fino ad oggi, anche per la particolarità della voce e dello stile che lo esprime. Ginzburg infatti è una particolarità anche per il panorama italiano novecentesco, già di suo ricco di voci isolate ma squillanti: non ha il rigore critico e la verve polemica di Pasolini o le ardite costruzioni teoriche e il lessico scientifico di Calvino, la sua è una prosa scritta in tono dimesso, sempre con l’apparenza di voler scusarsi, di non voler affermare la propria presenza, ma nondimeno capace di andare al fondo dell’esperienza personale, di mostrare un tratto umano in ogni situazione incontrata e di rappresentare su carta le contraddizioni della vita e della società.