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Maizo

maizo

Mitja, Eco e Clio superano il ponte di legno e corrono nel bosco. Ci sono i cinghiali che strappano le sacche e rompono con i denti il metallo delle scatolette. Mitja, Eco e Clio si arrampicano su per i tronchi perché i cinghiali non possono saltare. “Prima del bosco erano nella casa. Indossavano tuniche bianche”. La chiamano casa ma in realtà è uno degli istituti di correzione in cui i tribunali inviano i minori da correggere: i minori che hanno un IPE (indice di possibilità di errore) del 40% e che hanno compiuto un qualsiasi tipo di errore. “L’istituto è incastrato fra i palazzi del quartiere a nord, il torrente a sud, i piloni dell’autostrada a est e ovest”. Hanno imparato dai libri che il fuoco tiene lontani gli animali. Riposano dove il vento non svela la loro presenza ai cani della casa; Eco e Clio disegnano con le pietre. Mitja ha programmato il ritmo della loro fuga: due pause lunghe, oltre alla sosta notturna. La prima pausa lunga è prevista per quando il sole sarà loro di fronte. Per individuare la posizione, magnetizzano un vecchio ago; lo poggiano su una foglia, la foglia sull’acqua; e l’acqua nella mano di Mitja, posizionata come una conca. Ogni sera, quando accendono il fuoco e si riposano, Mitja prende i sassi più grandi, li mette tutt’intorno; poi si sistema al centro. Si svegliano sempre prima dell’alba per pulire ogni traccia, e per ricominciare a camminare. Il loro “cammino è come una sequenza di azioni da ripetere, un meccanismo che funziona bene in quanto ripetitivo ed esatto”. La destinazione del loro viaggio è il casolare in cui si terrà la Cerimonia…

È Maizo che ci racconta la storia di Mitja, Eco e Clio: le cui unicità sono considerate dal mondo degli adulti come devianze. Maizo è una tartaruga, e ne segue il viaggio come fosse il loro talismano. La novella di Elena Giorgiana Mirabelli strizza l’occhio al distopico, ma si tiene sempre al di qua del confine. I tre ragazzini e la tartaruga vivono una libertà che si proietta nel futuro, che aspira al cambiamento. I protagonisti muovono fisicamente verso il luogo in cui si compirà il rito che - di questo sono convinti - segnerà una qualche trasformazione. Il senso di attesa pervade ogni pagina. È un senso di attesa che non sospende le vite dei protagonisti ma li lascia immersi nel “qui e ora” del racconto. Maizo è una storia di formazione in cui il percorso conta quanto - o forse più - dell’approdo. Ed è un “movimento” attraverso la natura che muove da una “stasi” nel cemento: rappresentazione plastica del dominio di una società che costruisce case per contenere, non per proteggere. Le parole di Maizo conducono il lettore nel ventre dei protagonisti, quasi la tartaruga fosse la loro anima condivisa. Il registro è asciutto, caldo; si mantiene sull’orizzonte di purezza del linguaggio infantile. Ma è un’infanzia che si è fatta adulta prima del tempo; senza averne il tempo. La scrittura è carica di simboli: l’attraversamento del bosco; la tartaruga portatrice di saggezza, tenacia, resistenza. Ogni scena è cesellata con la leggerezza del vento, da una sapienza artigiana. I protagonisti si donano al lettore sfacciati come un bimbo - al contempo, fragile e (pre)potente - nelle braccia accoglienti di un genitore. Andare nel bosco non fa più paura.