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Maksimovič - La storia di Bruno Pontecorvo

Maksimovič - La storia di Bruno Pontecorvo

Roma, via Panisperna 89, 12 maggio 1932: di fronte a Enrico Fermi, “il più celebre scienziato italiano dopo Galileo”, e al suo storico collaboratore Franco Rasetti è seduto un diciannovenne intimidito, arrivato lì per studiare fisica. Ascolta le parole con le quali l’autorevole Fermi lo avverte sulle prospettive come scienziato, in un’era d’oro per la fisica. In quegli anni, oltre al geniale lavoro di Einstein con la sua teoria della relatività, si erano aperte le nuove frontiere della quantistica, elaborata da Planck, Bohr, Heisenberg, Schrödinger, e Fermi appunto. Insomma, quella complicata disciplina scientifica era diventata “maledettamente bella”, mentre sovvertiva l’immagine del mondo. Quel giovane ragazzo, convocato a Roma per una sorta di colloquio, è Bruno Pontecorvo; quegli scienziati che divennero suoi colleghi lo ribattezzano “Cucciolo”, l’ultimo arrivato. Bruno era cresciuto a Pisa, in una grande casa signorile, in una famiglia ebrea proveniente dal ghetto di Roma che aveva trovato nella Toscana liberale l’ambiente ideale per far maturare i talenti dei figli. La Roma degli anni Trenta è ben diversa: si insinua, ovunque, il potere spaventoso del fascismo, la propaganda belligerante e quella che presto avrebbe portato alle deportazioni degli ebrei, che avrebbe coinvolto anche Einstein e, indirettamente, anche Fermi. Mentre a Via Panisperna fervono le ricerche di fisica nucleare, il gruppo storico dei “ragazzi” comincia a sfaldarsi, le menti più brillanti emigrano, e così Bruno, che si trasferisce a Parigi iniziando a interessarsi anche alle questioni politiche. È solo la prima tappa di un peregrinare che terminerà in Unione Sovietica, a Dubna. È il 1950 e Bruno diventa Maksimovič Pontekorvo; può inoltre dedicarsi alla ricerca sul neutrino e su altre particelle “strane”, senza scopi tecnologici. Ma è solo questa l’attività dello scienziato oltrecortina? È forse una spia?

L’avventurosa, unica, vita di Bruno Pontecorvo è davvero degna di un romanzo. Giuseppe Mussardo mantiene però il rigore del biografo e ripercorre ogni tappa di un’esistenza che non ha risparmiato colpi di scena, misteri, incontri eccezionali. Non solo: Mussardo, da uomo di scienza, la stessa di Pontecorvo - è ordinario di Fisica teorica alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (SISSA) - scrive una biografia scientifica che ci restituisce anche la grandezza e l’unicità dell’intero gruppo di via Panisperna. Questo libro nasce da un precedente lavoro divulgativo sfociato in un film-documentario con lo stesso titolo, uscito poco più di dieci anni fa. L’autore confessa, nella prefazione, il suo coinvolgimento emotivo profondo. Un lavoro lungo e un libro voluminoso e denso, che offre tante risposte anche ai quesiti più complessi, in un contesto socio-politico che non ha nulla da invidiare alla più congegnosa delle spy story o a un copione pirandelliano oppure ancora alle storie mitteleuropee di grande respiro, alla Musil. Sono gli anni di Oppenheimer (“Sapevamo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Alcuni risero, altri piansero, i più rimasero in silenzio”), dello spionaggio spietato, sono gli anni in cui il mondo intero guarda il precipizio e solo qualcuno, disperatamente, inutilmente, cerca di evitare un salto mortale. Tra i documenti, i diari, le lettere (alle quali si aggiungono le numerose foto) raccolte in Maksimovič, c’è un passo dello stesso Pontecorvo: “Sapevo per certo che una guerra atomica […] avrebbe segnato la fine della civiltà umana, un ritorno alla barbarie dei primi secoli della Storia”. Un indizio fra tanti per provare ad avvicinare il lettore al profondo mistero della sua “fuga”.