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Malanotte

Malanotte

Micaela Palmieri e Renato Vallanzasca sono seduti all’aperto, alla pizzeria Pulcinella sul Naviglio Grande a Milano. Mentre l’uomo dichiara alla giornalista di essere sempre stato fedele a se stesso, due ragazzi che assieme non contano nemmeno vent’anni si avvicinano al tavolo e chiedono prima se sia veramente Vallanzasca e successivamente se possono farsi un selfie. Renato, dopo più di cinquant’anni passati in galera, non sa neppure cosa sia un selfie. Girare con Vallanzasca per Milano è come passeggiare con Mick Jagger. Sono passati ormai decenni dal periodo d’oro della ligera degli anni Settanta ma Milano non lo dimentica. Vallanzasca però mal sopporta questo tipo di popolarità e non ha mai neanche tollerato troppo il nomignolo “bel René” che gli è stato affibbiato dalla stampa. Secondo lui, alle donne è sempre piaciuto solo per il fatto che fosse pazzo. Mentre racconta, intanto, al tavolo è partita una vera e propria processione. Alle ventidue Renato deve rientrare nel carcere di Bollate, solo l’ultimo dei quaranta che ha girato durante tutta la sua ultima detenzione. Ha voglia di parlare e potrebbe farlo per ore. Racconta della Milano degli anni Settanta che sembrava Chicago. La Giustizia lo ha condannato per sette omicidi ma lui ci tiene sempre a ribadire che è responsabile solo di due, gli agenti di polizia Luigi D’Andrea e Renato Barborini, freddati al casello autostradale di Dalmine. Continua a parlare anche di Massimo Loi, quello che quando lui era in galera andava in giro a dire che era il suo alter ego e che ha perfino picchiato i suoi genitori per i soldi della droga. A Vallanzasca è stato attribuito anche il suo omicidio in carcere ma lui dichiara di non averlo mai commesso, tanto meno avere giocato a pallone con la sua testa mozzata, come ha scritto certa stampa. Mentre sta parlando alla giornalista di come non sopporti la droga, chi la utilizzi e soprattutto chi la venda, lo interrompe un uomo. Si presenta come il figlio della sciura Mira, la vicina del negozio di sua mamma. Vallanzasca però gli dice che la testa funziona ormai poco e non si ricorda più molto...

Renato Vallanzasca è probabilmente il più famoso bandito o meglio ex bandito della storia d’Italia. Una vita vissuta sempre ai limiti, tra rapine, sequestri di persona, inseguimenti con le forze dell’ordine e conflitti a fuoco. Si domanda spesso se ne sia valsa la pena, dopo più di cinquant’anni passati dietro le sbarre, ma non cerca redenzione. Negli incontri con la giornalista e scrittrice Micaela Palmieri, Vallanzasca ripercorre la storia della sua vita e della sua carriera criminale. L’unica forma di evasione che gli è rimasta. Un confronto che mette in luce gli aspetti più tragici del suo vissuto, un monologo su una non-vita che consente di comprendere tutte le complessità di un personaggio su cui si è parlato e scritto tanto, ma molto spesso a sproposito...