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Maledetti uomini

Maledetti uomini

È la Vigilia di Natale del 1983. Andrev ha sette anni ed è chiuso dentro il bagno con un berretto da Babbo Natale in testa. Il Mago delle piante, cioè l’uomo che Andrev chiama papà, martella i pugni sulla porta. Nel mentre, Andrev scivola fuori dalla finestra. Si aggrappa al pluviale sul lato corto della casa, bagnato, sporco, con in mano un sacchetto di tela pieno di cubetti di legno che dovrebbe sembrare un sacco dei regali. Il piano è semplice e folle come solo un bambino di sette anni può concepirlo: fare il giro della casa, suonare il campanello, e quando la porta si aprirà dire con la voce più grossa che riesce a fare: “Ci sono dei bimbi buoni, qui?”. Lui riderà. Poi riderà anche la mamma. Ma prima bisogna arrivare dall’altra parte. Il prato è scivoloso e il buio lo inghiotte tutto. Poi la porta si apre e il Mago delle piante lo vede in costume da Babbo Natale. Lo colpisce, apre la mano senza nemmeno ricordarsi di aprire le mani, come sempre. Solo che questa volta la mamma urla in modo diverso. Va verso di lui con il mento sollevato. Una sola frase cambia tutto. “Non è il tuo vero papà. Un vero papà non farebbe mai una cosa del genere a suo figlio”. Nell’attimo stesso in cui pronuncia quella frase, l’uomo lo molla. Come se avesse perso ogni diritto su di lui. Andrev ci mette solo qualche attimo a capire che è vero. Non gli somiglia. Non ne ha gli occhi grigiazzurri né i riccioli biondorossi né le lentiggini. Risale le scale con i piedi stranamente leggeri…

“Ancora non so come cominciano e finiscono i padri, ma se questo è un padre, mi sa che è cominciato”. È la frase che, secondo me, racchiude meglio di qualsiasi sinossi il senso di Maledetti uomini, esordio letterario del giornalista e scrittore Andrev Walden. Per Andrev i padri cominciano e finiscono sette volte in sette anni, arrivano improvvisamente, come giacche nell’ingresso e paia di jeans nella cesta del bucato, ma alla fine spariscono sempre. Il romanzo è il tentativo di capire cosa siano stati, uno per uno. Ha venduto 300.000 copie in un paese di dieci milioni di abitanti, vinto il Premio August (il più prestigioso riconoscimento letterario svedese) e scatenato un dibattito sulla mascolinità e sulla famiglia. Il romanzo racconta, in forma dichiaratamente autobiografica, i primi quattordici anni di vita del protagonista, segnati dalla presenza — e dalla rapida sparizione — di sette figure paterne diverse nell’arco di sette anni. La rivelazione che innesca tutto arriva nella prima scena: durante un litigio violento, la madre svela al bambino di sette anni che l’uomo con cui vivono, ribattezzato il Mago delle Piante, non è suo padre. Quello che colpisce è la reazione del bambino, che invece di piangere o disperarsi prova una gioia incontenibile. Il Mago delle Piante è, nella realtà, un ex candidato alla Marina militare svedese cresciuto in una famiglia borghese che, dopo essere stato scartato dalla selezione, non ha lavorato un giorno in vita sua. Una figura così inverosimile da spingere l’autore a scrivere in prefazione che “le cose più incredibili sono quelle più vere”, precisando che questo “riguarda in particolare il mio primo patrigno”. Gli altri padri — il Ladro, l’Assassino, il Canoista, il Pastore, l’Artista — completano una galleria di maschere disfunzionali che percorre tutto il romanzo. Sul piano formale, Walden adotta due scelte curiose. La prima è l’uso sistematico del tempo presente, che l’autore giustifica dicendo che “è una sorta di forza che mi piace. Credo anche che sia più semplice scrivere al presente e rafforza il punto di vista del bambino”. La seconda è l’assenza totale di un giudizio morale esplicito. I personaggi, per quanto spesso violenti, non vengono mai condannati dalla voce narrante, che osserva e registra con la neutralità di chi non conosce ancora la differenza tra la cosa giusta e la cosa sbagliata. Walden ha ammesso di aver cominciato a scrivere disprezzando tutti i suoi personaggi, per poi innamorarsene nel corso della scrittura. Sullo sfondo c’è una Svezia che poco ha a che fare con l’immagine esportata da Ikea o dalla letteratura poliziesca scandinava — è la Svezia povera degli anni Ottanta, abitata da reduci di movimenti hippie che predicavano la liberazione collettiva e praticavano, spesso, la violenza domestica. Walden, ospite del festival “I Boreali” 2026 a Milano, ha spiegato che quella Svezia socialdemocratica oggi non esiste più, sostituita da un Paese con una altissima disuguaglianza economica. Adesso “la Svezia è diventata un paradiso per i miliardari e credo anche che sia l’unico Paese in Europa che ha un partito politico al potere che è stato fondato dai nazisti”. La dimensione politica del romanzo è quindi tutt’altro che accessoria, e spiega almeno in parte perché un libro apparentemente così personale abbia toccato un nervo collettivo, e perché l’ottantacinque per cento di chi compra libri in Svezia (che è donna) si sia riconosciuto nella voce di questo bambino. Per scrivere il romanzo, è ricorso a interviste alla sorella e alla madre (terrorizzata all’idea del memoir), a un amico d’infanzia con sindrome di Asperger che si ricordava tutto con precisione millimetrica, a sopralluoghi nelle case in cui aveva vissuto e consultazione di manuali di rimedi naturali per restituire autenticità al Mago delle Piante. I dialoghi sono inevitabilmente ricostruiti ma i fatti, comprese le scene più inverosimili (come quella in cui l’Assassino scaglia contro il muro un vasetto di barbabietole fermentate trasformando la cucina in quella che sembra “una scena del crimine in cui è stato fatto esplodere un corpo”), sono reali. Intervistato da Veronica Raimo sul palco de “I Boreali”, Walden ha rivelato che “il Mago delle Piante ha saputo del libro ed era furibondo; poi il romanzo ha vinto il Premio August e lui l’ha riletto con tutt’altri occhi, perché di colpo era un personaggio importante in un’opera premiata. È di fatto il più grande risultato della sua vita”.