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Malombra

Malombra

È la metà del XIX secolo. Giunto a destinazione in treno, Corrado Silla viene accompagnato con una carrozza alla residenza del conte Cesare D’Ormengo, che lo ha convocato con urgenza per ragioni che gli sono assolutamente ignote. Il cocchiere si inoltra in una vallata, fino a giungere al palazzo posto sulle rive di un lago. Il nobiluomo non è solito sollecitare oltre il dovuto la sua resistenza, purtroppo quando il suo ospite arriva si è già coricato, così Silla viene accolto e intrattenuto dal sottoposto di maggior fiducia del conte, il suo segretario che è entusiasta di poter cenare in compagnia di un ospite. È un tipo strano, di origini germaniche: le sue mani rozze e consumate dalla fatica sono in netta contrapposizione con la sua eleganza e signorilità. Non pare per niente soddisfatto della vita che conduce a servizio del conte. Parla con rispetto di Otto von Bismarck, sostenendo che l’opinione pubblica europea non riesce a comprendere le qualità del grande statista, ma ha toni di elogio anche per il vino tedesco e per i bevitori tedeschi, che non sono estremi come i bevitori italiani. Il segretario finisce per intavolare una disquisizione sul suono delle parole: libertà sarebbe un termine pneumatico a suo avviso, che emerge spontaneamente dalla gola per comunicare un concetto che fa bene al cuore. Di fronte alle insicurezze dell’ospite, finisce per rassicurarlo, lo ha conosciuto da poco ma sente già di nutrire buoni sentimenti nei suoi confronti. Quando Silla decide di coricarsi, entrando nella stanza che gli è stata assegnata resta profondamente sorpreso: si rende immediatamente conto, infatti, che è arredata con i mobili della camera da letto di sua madre, di cui in qualche modo il conte deve essere venuto in possesso. Sopra i cuscini sembra campeggiare in alto un angelo che veglia sul sonno dell’ospite. Al quanto sorpreso, Silla decide di prendere un po’ d’aria e quando si affaccia alla finestra che dà sul lago sente ancora una volta la voce del segretario. Il Tedesco è a sua volta in contemplazione della natura e sta tranquillamente fumando, a Silla non rimane che aspettare e rileggere ancora una volta le poche righe che il conte gli ha scritto per farlo venire al suo palazzo, il tempo darà sicuramente dei consigli...

Per comprendere il romanzo di Antonio Fogazzaro è indispensabile contestualizzarlo a livello storico e storico-letterario. La vicenda si ambienta nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra d’Indipendenza e alla Spedizione dei mille, nel nascente Regno d’Italia. È il 1864, anno del trasferimento della capitale da Torino a Firenze e della Convenzione di settembre, accordo con Napoleone III per sottrarre alla Francia il ruolo di difensore del Papato. L’autore scrive in realtà l’opera alcuni anni dopo, circa nel 1880, quando a livello politico e sociale la situazione è in realtà rimasta immutata. Gli unici veri cambiamenti sono dovuti alle guerre post risorgimentali, che hanno permesso di annettere al Regno d’Italia il Veneto e il Lazio. È inevitabile il confronto con la prima opera di Giovanni Verga, in questo momento ancora impegnato a narrare le vicende delle classi privilegiate, come Fogazzaro. Di lì a poco lo scrittore catanese sposterà completamente l’interesse verso gli umili, trovando la sua vera vena letteraria, ma nelle opere di esordio, compreso il suo primo capolavoro Storia di una capinera, appare ancora legato al vecchio romanzo manzoniano ormai non più in grado di descrivere la realtà sociale a cui fa riferimento. Nobili e borghesi dei primi romanzi verghiani restano saldamente ancorati ai loro privilegi e difendono i propri interessi senza alcuna difficoltà, come poteva vantare di fare un nobile dei secoli passati o il padre della povera Gertude, la monaca di Monza. Da questo punto di vista Fogazzaro, che mantiene il suo interesse per le classi privilegiate in gran parte della sua produzione, appare molto più abile nell’interpretare la realtà sociale. La famiglia di Malombra che fa capo al conte Cesare appare in difficoltà nel preservare il suo stile di vita, in particolare la contessa Salvador è in cerca di un matrimonio vantaggioso per il poco avvenente figlio, lo fa non tanto per un inevitabile tentativo di preservare il patrimonio, ma per gravi perdite economiche. Lo stesso interesse per la realizzazione di un impianto industriale testimonia il bisogno di questi nobili di interrompere le loro consuetudini, nel tentativo per certi aspetti un po’ goffo di avvicinarsi alla mentalità imprenditoriale della rampante borghesia. Fogazzaro ci dimostra come il mondo del passato anche nel Regno d’Italia stesse volgendo ormai al tramonto, surclassato dalla modernità industriale: i suoi personaggi vivono in un luogo appartato dalla civiltà, è come se fossero già morti per la società che incalza e nel loro isolamento infatti sembrano appartenere alla dimensione ultraterrena. Il romanzo di Fogazzaro è stato più volte portato sul grande schermo: tra le versioni di maggior successo ricordiamo quella del 1942 per la regia di Mario Soldati, interpretata da Isa Miranda e Andrea Checchi e quella del 1984, diretta da Bruno Gaburro e interpretata da Paola Senatore e Maurice Poli.